Incaprettata e soffocata Confermati i trent’anni

20 Dicembre 2014

I giudici non modificano la condanna di primo grado al presunto assassino La sentenza nello stesso giorno della morte della donna avvenuta due anni fa

VASTO. Trent’anni di reclusione. I giudici della Corte d’appello dell’Aquila presieduta da Luigi Catelli hanno confermato ieri la condanna di primo grado emessa il 21 ottobre 2013 a carico di Hamid Maathaoui, 36 anni, il nord africano che il 19 dicembre 2012 massacrò di botte, uccise e rapinò Michela Strever. La donna morì incaprettata e soffocata dai fazzoletti messi in bocca. La sentenza è stata letta poco prima delle 14. Una curiosa coincidenza, notata dai familiari della vittima rappresentati dall’avvocato Arnaldo Tascione, ha voluto che la condanna arrivasse nello stesso giorno in cui la povera pensionata fu barbaramente uccisa.

La Corte ha accolto le richieste del procuratore generale Romolo Como e della parte civile. All’imputato sono state contestate diverse aggravanti. In particolare la crudeltà del gesto e la mancata capacità di difesa della vittima e il nesso fra l’omicidio e la rapina L’avvocato Nicola Artese, difensore di Hamid Maathaoui, aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche ma la Corte ha rigettato la richiesta. Va ricordato che Maathaoui qualche settimana dopo il delitto, messo alle strette dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani e dalla collega Enrica Medori, confessò di avere aggredito e derubato la Strever, anche se ha sempre sostenuto di essere fuggito lasciando la donna ancora viva.

Gran parte del processo di primo grado ha ruotato attorno a questo aspetto. L’avvocato Tascione invece ha insistito su un altro particolare raccapricciante: Maathaoui la mattina del 19 dicembre 2012 passò prima dalla casa del fratello di Michela Strever, Antonio. Questo passaggio fu scoperto grazie alla meticolosità con cui i pm condussero le indagini. Stando alla ricostruzione dei fatti riportata sul decreto di citazione a giudizio dell’imputato, l’intenzione del marocchino sarebbe stata quella di regolare i conti in sospeso con Antonio Strever arrivando anche ad ucciderlo. Antonio Strever sarebbe vivo solo perché il marocchino non riuscì ad entrare a casa sua.

L’operaio, alla ricerca disperata di denaro, si diresse verso la casa di Michela Strever. «La donna si fidava di lui e gli affidava diversi lavori. È stata ripagata con la morte dopo essere stata massacrata di botte», ha ricordato Tascione soddisfatto per la sentenza.

Paola Calvano

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