«Innocente in carcere per 7 mesi» Lo Stato lo risarcisce: 60mila euro

13 Settembre 2022

Nigeriano arrestato e condannato in primo grado a 14 anni per aver ridotto una donna in schiavitù  Ma i giudici d’appello lo assolvono: «Il fatto non sussiste, la presunta vittima è di sicuro inattendibile»

CHIETI. Da innocente è rimasto 210 giorni in carcere e 91 agli arresti domiciliari. Lo Stato dovrà risarcire con 60.252 euro Kelly Iyekekpolor, nigeriano oggi quarantenne, finito in manette nel 2011 con l’infamante accusa di aver ridotto e mantenuto in schiavitù una connazionale dopo averne favorito l’ingresso illegale nel territorio italiano. La decisione è della Corte d’appello dell’Aquila che, già lo scorso ottobre, aveva cancellato – «perché il fatto non sussiste» – la condanna a 14 anni di reclusione inflitta nell’aprile 2018 dal tribunale di Chieti. Dopo l’assoluzione, l’avvocato Pasquale D’Incecco, difensore dell’imputato, ha presentato quello che tecnicamente si chiama «ricorso di riparazione per ingiusta detenzione». E i giudici aquilani (presidente Fabrizia Francabandera, consiglieri Alfonso Grimaldi e Raffaella Gammarota) hanno accolto la domanda.
L’ITER GIUDIZIARIO
Per riepilogare la vicenda, bisogna tornare al 28 settembre 2011, quando Kelly viene arrestato con altri nigeriani nell’ambito di un’inchiesta in cui l’accusa è quella di aver fatto entrare in Italia giovani connazionali, costringendole poi a prostituirsi e, laddove si rifiutavano, averle picchiate e minacciate con riti voodoo. L’uomo resta dietro le sbarre fino al 26 aprile 2012 e ai domiciliari fino al 26 luglio dello stesso anno. In primo grado, la Corte d’assise di Chieti, competente per territorio, ritiene colpevole il nigeriano di tutti i reati. Ma, a distanza di tre anni, la Corte d’assise di appello dell’Aquila lo assolve «sul rilievo che l’attività istruttoria ha permesso di accertare la sicura inattendibilità della ricostruzione dei fatti offerta dalla persona offesa, peraltro sottrattasi al confronto processuale, essendosi resa irreperibile già in sede di incidente probatorio. È emerso, in particolare, che il giorno in cui la donna aveva sporto denuncia contro i connazionali aveva riferito di un’aggressione da parte di Kelly, indicato come suo sfruttatore, avvenuta in quello stesso giorno, aggressione che in realtà era del tutto smentita dal video depositato in atti e dalle dichiarazioni dei testimoni». La sentenza diventa irrevocabile lo scorso 4 ottobre.
«INGIUSTA DETENZIONE»
A questo punto, Kelly chiede l’indennizzo «per la custodia cautelare ingiustamente subita». E la Corte d’appello dell’Aquila gli dà ragione. «Emerge la palese frammentarietà dell’accusa», si legge sul provvedimento firmato dalla presidente Francabandera, «fondata in sostanza su dichiarazioni non adeguatamente verificate e riscontrate». Il fatto che il nigeriano, durante l’interrogatorio successivo all’arresto, si sia avvalso della facoltà di non rispondere non è ritenuto rilevante. Così i giudici condannano il ministero dell’Economia e delle Finanze a risarcire Kelly con 60.252 euro, ovvero 235,82 euro «per ogni giorno di privazione della libertà personale in carcere», da dimezzare per quelli trascorsi agli arresti domiciliari.
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