Insultare su Facebook costa caro In 8 si ritrovano sotto processo

26 Settembre 2020

Nei guai gli utenti che si sono scagliati contro una coppia in lite con la proprietaria di una palestra  La procura li accusa di diffamazione: adesso rischiano la condanna fino a un anno di reclusione

CHIETI. Avviso ai naviganti: insultare su Facebook può costare un processo in tribunale. Ne sanno qualcosa le otto persone che, il prossimo 22 febbraio, dovranno presentarsi in aula, accompagnate da un avvocato, per rispondere del reato di diffamazione, punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro. «Rifiuti umani», «Famiglia di falliti e dissociati», «Siete schifosi»: così gli imputati offendevano sul social network una coppia di Chieti Scalo che aveva fatto condannare per «disturbo alla quiete pubblica» la titolare di una palestra, colpevole di mettere la musica troppo alta. Dopo la querela presentata da moglie e marito, i carabinieri hanno identificato gli autori di quei commenti pieni di livore. E adesso il sostituto procuratore Marika Ponziani ha firmato il decreto di citazione a giudizio: nei guai sono finiti i teatini Sara D’Alessandro, 40 anni, Alfredo Firmani (62), Cristina Palazzolo (46), Laura Mancinelli (46), Luca Pelusi (36), Valentina Di Paolo (39), Viviana Baiera (42) e Samanta Di Tommaso (41), residente a Rosciano.
Per riepilogare la vicenda bisogna tornare indietro al luglio del 2018. La titolare della palestra, D’Alessandro, pubblica sul suo profilo Facebook un articolo del Centro in cui si parla della condanna che le ha inflitto la Cassazione: 6mila euro di risarcimento a favore dei residenti che l’hanno denunciata, più il pagamento di 5.300 euro di spese legali. È una sentenza pilota, perché i giudici romani mettono per iscritto che le palestre non rientrano nella categoria delle «attività o mestieri rumorosi» e, pertanto, devono sottostare ai limiti del rumore e non possono derogarli. A Chieti Scalo, invece, quei limiti sarebbero stati superati e non una volta soltanto: nel corso del 2014 e del 2015, tra il gestore della palestra e i vicini era nata una lite per quel rumore considerato insopportabile. Una lite con «numerosi esposti» e «ripetuti interventi della polizia municipale» fino a un’ordinanza sindacale che aveva addirittura vietato l’uso di «apparecchiature rumorose», dopo gli accertamenti dell’Arta. Uno scontro arrivato poi nelle aule di giustizia. In primo grado, nel 2017, il tribunale di Chieti aveva condannato la proprietaria: troppo forte la musica proveniente dalla palestra, soprattutto durante le lezioni di gruppo.
Quando viene confermata la sentenza anche dalla Suprema corte, la donna va su tutte le furie e sfoga sui social network la sua rabbia: descrive moglie e marito come componenti di una famiglia «che in tempi non sospetti elemosinava sconti sull’abbonamento», come «gente che invece di cercare lavoro, inizia a chiedere i danni… questo è il lavoro del XXI secolo! La moglie ha chiuso un negozio che non ha mai venduto uno spillo, gli universitari si rifiutano ad affittare le loro case, il figlio cerca lavoro… per cui hanno bisogno di tamponare tempi di magra. Poverelli».
Altre 7 persone la appoggiano «offendendo la reputazione» della coppia, sostiene la procura. «Gente povera», scrive Firmani. «Str…», digita Palazzolo. Mancinelli descrive moglie e marito come «pessimi individui…schifosi aggiungo». E ancora: Pelusi dà loro dei «pezzi di m…», Di Tommaso parla di persone «invidiose e ignoranti», Di Paolo li definisce «rifiuti umani», mentre Baiera una «famiglia di falliti, patologici e dissociati, dal primo all’ultimo».
Gli imputati sono difesi dagli avvocati Mauro Faiulli, Daisy D’Alessandro, Sara Serafini, Maria Rita Salute, Sonia Spinozzi, Maurizio Ciocca, Piero Bisceglie e Domenico Budini. Moglie e marito, invece, sono assistiti dall’avvocato Cosimo Damiano Mastrorosa.
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