Insulti su Facebook, è reato anche se non si fanno nomi

21 Dicembre 2018

Donna chiama il cognato «nano malefico cardiopatico» e finisce sotto processo Adesso l’uomo chiede la condanna della parente e 10mila euro di risarcimento

CHIETI. Avviso ai naviganti: parlare male di qualcuno su Facebook, anche senza farne il nome, potrebbe costare un processo in tribunale. Una donna di 51 anni, C.I., residente a San Giovanni Teatino, si ritrova imputata davanti al giudice Andrea Di Berardino con l’accusa di diffamazione continuata dopo aver preso di mira il cognato sul social network. E ora rischia, oltre a una condanna, anche di dover pagare un maxi risarcimento. «C.I., in esecuzione di un medesimo disegno criminoso», si legge sul capo di imputazione, «offendeva ripetutamente la reputazione di G.C. in quanto, pubblicando sul proprio profilo Facebook una serie di post, alludeva all’uomo, pur non indicandolo nominativamente ma con riferimenti tali da renderlo agevolmente riconoscibile».
LA DENUNCIA. È l’agosto del 2017 quando il diffamato decide di depositare una denuncia negli uffici della procura di Chieti, raccontando che la sorella della moglie pubblica da più di un anno, sulla sua bacheca virtuale, messaggi «fortemente offensivi del mio onore e della mia dignità». Tutti i commenti, sempre secondo l’esposto, pur non riportando l’indicazione del nome e del cognome, «menzionano particolari facilmente riconducibili in modo diretto alla mia persona, e ben noti a tutti coloro che - come, ad esempio, amici, parenti e anche semplici conoscenti - ne hanno contezza».
I POST. Tutto comincia a febbraio del 2016. La donna, infatti, digita: «L’ignoranza è una patologia che colpisce molte persone. I sintomi sono: chiusura mentale, la cattiveria, la presunzione di sapere tutto». Qualche giorno dopo, la 51enne insiste: «Nella mia famiglia da circa 20 anni o poco più è entrato un verme parassita che continua ad esserlo e non è stato utile a niente e a nessuno». A distanza di poche ore, l’imputata condivide un’immagine raffigurante una bicicletta per trasporto disabili su sedia a rotelle con scritto: «Sto pensando che ne ordino una per mio cognato». Poi la donna ammette che i suoi post sono rivolti a un uomo il cui nome inizia con la “G”. A marzo, invece, C.I. pubblica una foto di un gambero, accompagnandola con un messaggio: «Alcune persone sono come i gamberi…senza palle, senza spina dorsale e con la testa piena di m… E sono tappi, tozzi e cardiopatici». Passano altri due mesi e la 51enne si sfoga ancora: «Il male fatto prima o poi si paga, capito nano malefico?». Secondo la vittima, in questi messaggi appaiono evidenti i riferimenti alle sue caratteristiche fisiche (altezza e corporatura) e alle sue condizioni di salute (cardiopatia).
LA CASSAZIONE. Nella denuncia viene ricordato l’orientamento della Corte di Cassazione, che ha chiarito: «Non osta all’integrazione del reato di diffamazione l’assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa, se lo stesso sia ugualmente identificabile sia pure da un numero limitato di persone».
LA RICHIESTA. «Facebook», sostiene il denunciante, «può essere assimilato a una piazza virtuale che consente un numero indeterminato di accessi e di visioni: essa dunque, al pari di ogni social network o community liberamente accessibile, costituisce un vero e proprio “luogo” aperto al pubblico». Il resto è storia recente: il sostituto procuratore Marika Ponziani ha citato a giudizio C.I. e il cognato dell’imputata si è costituito parte civile per chiedere anche un risarcimento danni di 10mila euro. L’11 marzo la prossima udienza.
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