«Io, pagato dalla Sevel per non fare niente»
Atessa. Un operaio: ho problemi fisici, mi hanno trasferito di reparto e mi sento umiliato e deriso
ATESSA. Sono quasi sei mesi che Mario Cassino si sente inutile ed emarginato in Sevel, la fabbrica dove lavora ormai da 33 anni. Ogni mattina timbra il cartellino e chiede cosa deve fare e ogni mattina la risposta è sempre la stessa: «Siediti nell'area relax». Da sei mesi. La storia di Mario è complicata. Lo è stata da sempre dato che ha due diverse invalidità alla gamba e non può stare a lungo in piedi. È entrato nella fabbrica dei record che realizza furgoni commerciali leggeri a 24 anni con un contratto per categorie protette. Era impiegato in un reparto che si chiama preparazione e svolgeva mansioni che gli consentivano di lavorare anche seduto quando non riusciva più a reggere il peso sulla gamba su cui ha problemi. Ma dall’estate scorsa qualcosa è cambiato.
«Mi sono assentato per due diverse operazioni, una alla mano e l’altra alla spalla», racconta, «che hanno richiesto diversi giorni di assenza per via della riabilitazione. Al mio ritorno in fabbrica, dopo la chiusura collettiva di agosto, tutto è cambiato». Mario non è più nella sua vecchia e storica postazione, ma viene trasferito in una Unità tecnologica elementare (Ute) dove deve svolgere lavoro in piedi e girare attorno al furgone per adempiere alle diverse operazioni richieste. Per lui è uno shock. «Ho detto subito che non sono in grado di lavorare per così tanto tempo in piedi, è una cosa impossibile per me», spiega rammaricato, «ma ho anche promesso che ci avrei provato ugualmente». E qui subentra il secondo problema: le scarpe antinfortunistiche. «Il supervisor della linea mi ha detto che non vuole assumersi la responsabilità del fatto che io non le indossi», spiega il dipendente, «ma io in 33 anni non le ho mai indossate». Questo perché ha bisogno di una scarpa ortopedica e perché, come racconta, gli sono state fornite delle speciali scarpe antinfortunistiche fatte apposta per lui, ma del numero sbagliato. «Porto il 41», dice, «ma quelle sono 46, non riesco a camminarci».
E così Mario ogni mattina entra in Sevel con la prospettiva di dover passare otto ore senza far nulla. «Mi sento profondamente umiliato, emarginato», dice, «chi passa e mi vede lì senza far niente chissà cosa pensa. Altri mi offendono, mi deridono. Mi sento colpito nella mia dignità di lavoratore e di essere umano. Ho chiesto tante volte a chi di dovere un incontro con il direttore di stabilimento, ma mi è stato sempre negato. Ho 57 anni e oltre ai problemi fisici questa situazione mi sta danneggiando a livello psicologico. Mi stanno uccidendo mentalmente».
Daria De Laurentiis
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