«Io, vice capo della polizia con la mia città nel cuore»

12 Febbraio 2016

Il teatino nominato prefetto da Renzi racconta al Centro carriera e obiettivi «Vorrei che gli italiani si sentissero sicuri come quella volta con la Merkel a Milano»

CHIETI. «Qual è un mio desiderio da vice capo della polizia? Vorrei che i cittadini, gli italiani, si sentissero sicuri e al sicuro come quella volta in cui il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono sentiti passeggiando in piazza Duomo a Milano. Mi dissero che avevano potuto parlare tranquillamente come due persone qualsiasi in pieno centro a Milano perché avevano percepito la sicurezza intorno a loro malgrado la notorietà. Ecco, questo è un mio auspicio rivolto a tutti gli italiani». Luigi Savina, classe ’53, parla dal suo ufficio di questore di Milano poche ore dopo che la sua nomina a prefetto e vice capo della polizia da parte del premier Renzi, è stata ufficializzata dal ministero dell’Interno.

Di Chieti, studente dell’Istituto tecnico commerciale Galiani dove qualche giorno fa è tornato per una lezione sulla sicurezza, Savina diventa l’abruzzese con la seconda carica più alta (dopo quella di Legnini al Csm) ed ha l’opportunità di festeggiarla insieme alla nascita del terzo figlio, la prima femminuccia, avvenuta venti giorni fa. «Un modo più bello in effetti non poteva esserci», ammette indaffarato a raccogliere armi e bagagli per il trasferimento a Roma e a rispondere contemporaneamente ai messaggi di auguri e alle congratulazioni che gli arrivano al telefonino. «Ne approfitto», prende l’occasione al volo, «per ringraziare tutti coloro ai quali per ragioni di tempo, non rispondo. E sono tanti. Dall’Abruzzo? Beh, il governatore Luciano D’Alfonso innanzitutto. Gli amici e i colleghi di Pescara, Chieti, L’Aquila. D’altra parte l’Abruzzo non lo si può certo dimenticare, lo porto sempre nel cuore, e anzi il fatto di essere abruzzese mi carica ancora di più in questo importante incarico che intendo portare avanti con il massimo impegno. Ringrazio poi», continua riprendendo il tono ufficiale, «il ministro Alfano, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il capo della polizia Alessandro Pansa e coloro che hanno permesso che arrivassi fino a qui».

Savina non può dire di essere sorpreso della nomina, né di averne avuto sentore. Certo è che è innegabile che fosse sul trampolino di lancio dopo il successo vissuto dall’Expo di Milano sotto il punto di vista dell’ordine pubblico. Lo stesso ministro Angelino Alfano a novembre aveva fatto intuire qualcosa elogiandolo pubblicamente: «Lo ringrazio per quello che ha fatto. Ha dimostrato non solo di essere un bravissimo poliziotto, ma anche di saper svolgere un complicato compito di coordinamento ed è stato eccellente. Questo», aggiunse, «lo proietta in una carriera all'interno della polizia che noi riteniamo meritevole».

«Sì, l’Expo è stata decisiva», afferma il super poliziotto di Chieti, «sono stato fortunato come questore a far parte di una struttura, come quella della polizia di Stato, diventata parte integrante di un gioco di squadra che ha reso possibile il successo dell’Expo. Ma devo dire che l’esame per me c’era stato già nel 2014, quando Milano divenne sede del consiglio europeo che ebbe il suo apogeo con il meeting dei Paesi asiatici e 54 capi di governo. E’ lì che c’è stata la famosa passeggiata di Hollande e della Merkel in piazza Duomo. Fu un evento che ci diede enormi soddisfazioni sempre per quel che riguarda la sicurezza».

A Pescara, da dirigente della squadra mobile, Savina seguì le indagini sull’omicidio (caso irrisolto) dell’avvocato Fabrizio Fabrizi. Da lì passò allo Sco, il servizio centrale operativo, allora diretto da Alessandro Pansa e che oggi ritrova nell’ufficio più alto di capo della polizia (e che dovrebbe andare in pensione prima di lui). «Un collega, un amico e una grande poliziotto», si lascia andare Savina che ricorda che con Pansa aveva lavorato anche quando passò alla Criminalpol di Napoli.

Ma oggi Savina come si sente? «Non mi sento un artefice delle cose che faccio e che ho fatto, preferisco sempre sentirmi parte del sistema. Perché l’importante alla fine è che vinca “la squadra”».

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