«L’Abruzzo? E’ in pericolo come il Vajont»

4 Giugno 2014

Appello del dipartimento di Ingegneria e Geologia a D’Alfonso: stop a nuove colate di cemento

CHIETI. Il Vajont con la sua tragedia del 1963 e l'Abruzzo geologicamente precario uniti da una sottile linea rossa. Il trait d'union è in questi giorni la mostra "Il Vajont e la sua storia", allestimento itinerante visitabile fino all'11 giugno (dalle 10 alle 14) al Dipartimento di Ingegneria e Geologia, quarto piano dell'ex Rettorato all'università D'Annunzio. In centinaia di foto, diagrammi e planimetrie è racchiusa la sintesi degli studi di Edoardo Semenza, il grande geologo autore delle analisi sul campo prima e dopo la catastrofe che la scienza non riesce ancora a spiegare del tutto anche a distanza di mezzo secolo.

LA MOSTRA. La rassegna realizzata e lanciata nel circuito universitario dall'Associazione italiana geologia applicata (Aiga) e dal Consiglio nazionale dei geologi (Cng) è stata presentata ieri all'ex rettorato da Nicola Sciarra, ordinario di Geologia applicata, la ricercatrice Monia Calista e i geologi del Consiglio abruzzese Adriana Cavaglià e Fabrizio Petrini, con la partecipazione del professor Uberto Crescenti che oltre vent'anni fa fondò la facoltà teatina. E' breve il passo verso l'attualità abruzzese partendo dall'ottobre '63, quando il Monte Toc crollò in pochi minuti nel versante del bacino artificiale chiuso dalla diga al servizio della nuova centrale idroelettrica, innescando un'onda d'urto e una massa di acqua e fango che a 60 chilometri l'ora avrebbero distrutto Longarone e diverse frazioni con un bilancio finale di oltre duemila vittime.

APPELLO A D'ALFONSO. Passo che Sciarra ha compiuto chiamando direttamente in causa la politica che governa. «Al nuovo presidente della Regione», ha detto riferendosi a Luciano D'Alfonso, «consiglio di parlare con i geologi e con l'università quando si tratterà di programmare il territorio. Troverà illuminanti», ha osservato, «le conoscenze accumulate dagli studiosi dal Vaiont, passando per Sarno e la frana di Ancona. Per esempio le lezioni della geologia applicata che oggi sconsigliano pesanti interventi edilizi e infrastrutturali in zone a rischio, oppure l'opportunità di puntare al consumo zero di suolo, ora soprattutto che è superata l'emergenza abitativa e che il patrimonio esistente è ampiamente riutilizzabile». Petrini ha rimarcato che «invece si va avanti col consumo di nuovo suolo, anziché sterzare con decisione verso la conservazione e valorizzazione dei centri storici». Per Cavaglià «è ormai ora di istituire un coordinamento tra istituzioni per la prevenzione geologica e idrogeologica, da far seguire con quella pianificazione del territorio che ancora manca».

UFFICIO GEOLOGICO. Per Sciarra e Crescenti si tratta di istituire finalmente«un Ufficio geologico regionale per coordinare le tre funzioni dell'Ufficio difesa del suolo, l'Autorità di bacino e la Protezione civile, rispettivamente preposti alle opere anti-dissesto, alla mappatura dei territori a rischio e all'organizzazione delle misure sociali di intervento in emergenza». Consigli e accorgimenti maturati in decenni di geologia, passata da scienza costruita sullo studio della composizione del suolo a sistema di metodi basati sull'osservazione nel tempo delle deformazioni visibili e la verifica della stabilità dei versanti, i luoghi di innesco delle frane. «Semenza», ha spiegato Sciarra, «potè osservare le dinamiche alla base del disastro fin dagli anni in cui era un semplice laureando, grazie al papà Carlo che della diga era il progettista. La geologia contemporanea lo vede tra i grandi protagonisti, e una visita alla mostra, che avremo il piacere di illustrare a quanti verranno a trovarci, chiarirà a tutti il valore della scienza nelle scelte quotidiane in cui è in gioco una porzione anche minima del nostro territorio».

Francesco Blasi

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