L’addio a Marco dagli amici in Vespa

In 500 alla cerimonia funebre dell’ex dipendente della Telettra, morto dopo tre mesi di coma per cause ancora non chiare
CHIETI. «Abbiamo tutti pregato perché anche Marco resistesse, non andasse via da questo mondo seguendo sua moglie Morena, lutti che appaiono indecifrabili come lo stesso mistero della morte che però è illuminato dalla speranza, l'unica a cui aggrapparsi per chi resta, che un giorno ci ritroveremo tutti in quell'aldilà che ha bandito le sofferenze terrene». Sono alcuni passi dell'omelia di don Gino Marino, chiamato a celebrare i funerali di Marco Ricci ieri pomeriggio al Santissimo Crocifisso allo Scalo, a due passi dalla casa che aveva ospitato i tempi felici della famiglia Ricci prima degli eventi tuttora inspiegati del doppio malore. Una sequenza tragica che tra il 21 e il 23 marzo scorsi ha ridotto in coma Marco, 48 anni, fino alla morte sopraggiunta domenica scorsa al clinicizzato dopo un trapianto di fegato a Roma e tre mesi di sofferenze, mentre per Morena Capitanio il decesso avvenne prima del ricovero in ospedale.
In circa 500 hanno seguito la cerimonia, cominciata con l'arrivo del feretro scortato da una pattuglia di scooter d'epoca con a bordo gli amici del motoclub Vespa "Sciame d'argento" di Pescara, associazione che contava tra i soci Marco con la sua Vespa nera sempre tirata a lucido. I figli Martina e Matteo si sono tenuti per mano per l'intera funzione. E intorno una folla di parenti, amici di famiglia, compagni di scuola e amici dei due adolescenti rimasti orfani, colleghi di lavoro e perfino compagni dell'Ipsia degli anni Ottanta, che il defunto aveva frequentato insieme al fratello Luciano. Fuori, prima del corteo silenzioso alla volta di Sant'Anna, un'interminabile sequenza di abbracci del cordoglio, con la mamma Esterina ferma davanti al portellone ancora aperto prima dell'ultimo viaggio. Durante il rito eucaristico, al microfono ha parlato un ex collega dei tempi della Telettra, l'impiego di Marco Ricci prima della scelta di mettersi in proprio aprendo un laboratorio di elettronica al 177 della Colonnetta. Nicola Di Girolamo ha letto poche parole, un concentrato del dolore palpabile nella grande cappella. «Dico grazie al Signore», ha detto con voce commossa, «perché mi ha dato l’opportunità di vivere un pezzo della mia esistenza insieme a te. Hai portato gioia ovunque: la testimonianza muta dei colleghi di lavoro che oggi sono qui arrivi ai tuoi cari e dia loro la forza di rialzarsi». Nati e cresciuti in Canada, dove i genitori erano emigrati negli anni Sessanta, i giovani Ricci, insieme a Marco e Luciano), erano tornati a Chieti nel 1981. E' qui che cominciano i ricordi di due amici che frequentarono con Marco e Luciano gli ultimi tre anni del professionale fino al diploma. La memoria dei tempi della scuola illumina i sorrisi nostalgici di Maurizio Schiazza e Roberto Faraone. «Marco», ricorda Maurizio, «all'inizio parlava una simpatica lingua, un miscuglio di dialetto teatino a inglese. La nostra amicizia sbocciò subito, era un compagnone». Roberto attacca col richiamo alla grande passione di Marco per la tecnologia elettronica, il leit-motiv della sua vita. «Era capace di smontare, riparare e modificare tutto, dalla motoretta alla radiolina», ricorda, «ma il massimo lo toccò quando costruì una go-kart con ruote di carriola e motore di una piccola betoniera. Me lo fece provare, era rumoroso, e quando gli chiesi come si frenava, mi disse semplicemente che bastava strappare i fili del contatto elettrico». Poi Roberto e Maurizio escono dall'esaltazione dei ricordi per ripiombare nella triste attualità. «Ci stavamo organizzando», raccontano, «per riunire tutti e 30 i componenti della nostra classe, molti non si rivedono dal 1984, l'anno del diploma. Eravamo in attesa, fiduciosi, che Marco avrebbe vinto la sua battaglia, che sarebbe ritornato fra noi. Ma, ora che non c'è più, siamo determinati a incontrarci di nuovo dopo trent'anni per ricordarlo. Luciano sarà l'ospite d'onore».
Francesco Blasi
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