L’allenatore pedofilo torna in carcere

8 Ottobre 2020

Furgiuele portato nella casa circondariale di Vasto dopo la sentenza della Cassazione: deve scontare quasi 11 anni

CHIETI. È tornato in carcere Riccardo Furgiuele, l’allenatore di baseball accusato di violenza sessuale su nove piccoli allievi. Ieri mattina, all’indomani della conferma in Cassazione dei 12 anni di reclusione già inflitti dal tribunale di Chieti e dalla Corte d’appello dell’Aquila, il procuratore capo Francesco Testa ha firmato l’ordine di esecuzione della pena per il condannato, 54 anni, venezuelano di origine e residente a San Giovanni Teatino. Subito dopo, i poliziotti della seconda sezione della squadra mobile, diretti da Miriam D’Anastasio, sono andati a casa di Furgiuele, dove si trovava agli arresti domiciliari, e gli hanno notificato il provvedimento per poi condurlo negli uffici della questura e, infine, nel carcere di Vasto. L’arrestato dovrà scontare una pena di 10 anni, 11 mesi e 28 giorni.
Lui si è sempre dichiarato innocente, ma le prove raccolte dagli investigatori hanno retto tre gradi di giudizio. «Furgiuele è stato autore non di gesti occasionali e furtivi, bensì di lunghe e intese relazioni abusanti», si legge nella sentenza del tribunale di Chieti (presidente estensore Andrea Di Berardino), integralmente confermata in Appello e in Cassazione. «Ottenuta l’instaurazione di legami apparentemente autentici, egli si è subdolamente insinuato nelle pieghe dell’animo, fragile e in formazione, dei ragazzi, usando la deduzione come arma di conquista e selezionando i più soli e i meno integrati, manipolando, qui e là, carenze comunicative o affettive mediante regali, certo semplici, eppure utili a consolidare un pericoloso dominio psicologico, al quale si è integrato quello erotico». È comunemente intuibile che, nei rapporti sessuali tra adulti e bambini, «non si celebri il sesso, ma la violenza crudelmente asimmetrica dell’adulto che trae eccitazione e godimento dal vedere l’impotenza del bambino imprigionato nella corda stretta del suo desiderio perverso e perciò messo in pericolo, disarmato delle sue già deboli difese, ferito e, alla fine, sconfitto». E ancora: «Oltre alla vicenda fisica, i ragazzi hanno subito ciò che non potevano capire, e cioè qualcosa di non assimilabile nella loro breve esperienza esistenziale, in cui il terribile è già accaduto e vi rimarrà per sempre». Quanto all’attendibilità delle vittime, «i minori sono parsi tutt’altro che suggestionabili o indotti a mentire o ad alterare un principio di verità di un contesto storico ben determinato nelle sue linee essenziali e ampiamente riscontrato. Non vi è traccia, nelle audizioni protette e nella testimonianza dei genitori, di comportamenti di compiacenza o autoprotettivi. Al contrario, i genitori non hanno lesinato angosciose autocritiche e severi attacchi alla loro miope vigilanza. Alcuni dei ragazzi nemmeno giocavano più insieme o comunque non si frequentavano al di fuori del baseball, né si erano parlati in un ambiente in cui spadroneggiava Furgiuele, il quale era organizzatore di ogni aspetto di vita sportiva di quei ragazzi, con cui trascorreva la maggior parte dei loro momenti extrascolastici».
Le violenze sono avvenute agli allenamenti, nel bar del campo di Santa Filomena (era chiuso ma Furgiuele aveva le chiavi), nella casa della madre dell’imputato, nella sua auto, nel pulmino della squadra con cui riaccompagnava gli atleti e, infine, nelle trasferte. Violenze che hanno provocato «ferite non suturabili della psiche di questi ragazzi». «Indizio forte», è sottolineato ancora in sentenza, «è la descrizione dell’appartamento materno, su cui l’imputato e la difesa si sono soffermati, rilevando che nessuno dei ragazzi ne avrebbe dato indicazioni precise. Al contrario, tutti quelli che hanno lì subito atti sessuali hanno rievocato puntualmente le caratteristiche della camera da letto (televisione all’angolo e comò). In particolare, il ricordo di una delle vittime, nitido e dettagliato, si è stampato proprio sul grande modellino di barca al centro della casa».