L’Ater travolta dai debiti lascia Chieti

28 Luglio 2016

La proprietà di duemila alloggi passa a Pescara e Lanciano se D’Alfonso non trova tre milioni di euro entro il 9 agosto

CHIETI. Solo un miracolo può salvare l’Ater. Ma di questi tempi Chieti non ha santi in paradiso. Così perderemo anche l’Ater di via Silvino Olivieri, luogo di presunte tangenti e di arresti scattati nel 2013, di inchieste lumaca ma anche di politica di rigore e risanamento messa in campo, attraverso il taglio delle teste di costosi dirigenti, il recupero coatto delle morosità e la vendita all’asta di immobili, da una commissaria inviata dalla Regione. Non è donna che getta la spugna, Antonella Gabini, anche se la Nuova Carichieti, venti giorni fa, le ha rifilato una mazzata mortale bloccando il fido all’azienda che gestisce 2.300 case popolari a Chieti, Ortona e Francavilla. E chiedendo la restituzione di 3,6milioni di euro entro e non oltre dieci giorni che ormai sono trascorsi. Così la banca ha cominciato a incamerare direttamente gli affitti degli inquilini delle case popolari. E l’Ater è finita al tappeto. Sarà costretta a cedere il proprio patrimonio immobiliare alle Ater di Lanciano e Vasto, a trasferire i propri dipendenti superstiti e a chiudere la sede di via Olivieri se, entro il 9 agosto, la Regione non troverà i 3,6 milioni da restituire alla banca che ora non concede né può permettersi sconti. Chieti perderà anche l’Ater, dopo aver perso caserme, uffici e per ultimo l’ex Arpa, nonostante le promesse e le carezze. Raccontiamo che cosa accade dietro le quinte dell’ennesima debacle per la città. Venerdì scorso, in Regione, si è svolto un incontro, più disperato che sostanziale.

E’ stato un incontro informale, non pubblicizzato dall’entourage del governatore. I presenti erano Luciano D’Alfonso, la commissaria Antonella Gabini, il suo ex assessore di riferimento, Mauro Febbo, e l’esperto teatino dei conti, il dirigente regionale Ebron D’Aristotile. Come evitare il fallimento dell’Ater?

Le proposte, in sintesi, sono state cinque: due immediate, per far fronte all’emergenza che si è creata negli ultimi giorni; e le altre tre a più lunga scadenza. Nel primo caso parliamo del 9 agosto, nel secondo del 30 settembre: date molto vicine nel tempo, il che fa diventare l’operazione salvataggio una missione impossibile. Approvare – prima che la politica vada sotto l’ombrellone – nell’ultimo consiglio regionale del 9 agosto, una “leggina” che sblocchi due milioni di euro che ciascuna Ater abruzzese ha vincolati in Bankitalia, è la prima proposta per non precipitare nel baratro. La seconda impegna la Regione a un contributo straordinario per Chieti. Ma entrambe, visti i tempi ristretti, appaiono soluzioni più virtuali che reali. La prima delle altre tre uscite di sicurezza a lunga scadenza, è quella di convincere la Nuova Carichieti a concedere ancora credito all’Ater, anche se la Regione non può garantire più nulla. Ma in questo caso neppure il padreterno, facendo lobbing sulla Banca d’Italia e quindi sulla Cassa di Risparmio uscita da una bufera, riuscirebbe nel suo intento. E D’Alfonso non è il padreterno. La seconda ipotesi è una legge regionale ad hoc che permetta all’Ater un piano di rientro ventennale del debito. L’ultima, la più concreta, e quella di ricorrere ad una soluzione fotocopia adottata per la sanità. I tecnici la riassumono con un numero: articolo 35 della finanziaria, ovvero il ricorso alla Cassa depositi e prestiti. Ma sarebbe come dare con tre mesi di ritardo la medicina a un moribondo. D’Alfonso avrebbe esordito nella riunione di venerdì esclamando: «L’Ater non può fallire». Tocca a lui riuscirci.