L’omicidio del banchiere svelato a Chieti

Serata Rotary dedicata al caso Calvi: Capasso ripercorre gli esami antropologici che risolsero il giallo
CHIETI. «Ci abbiamo lavorato per due anni. Ma alla fine siamo stati in grado di stabilire con certezza che il banchiere Roberto Calvi non si era suicidato ma era stato sicuramente ucciso». L’antropologo Luigi Capasso ricorda una delle esperienze lavorative più entusiasmanti della sua carriera, quando entrò a far parte del team internazionale che ha fatto luce su parte del giallo della morte del banchiere, ritrovato impiccato il 18 giugno del 1982 sotto il ponte dei Frati neri a Londra. «Portammo avanti un’analisi variegata e complicata», ricorda il docente della d’Annunzio, «che fu possibile solo grazie al fatto che il corpo di Calvi era sostanzialmente sotto formaldeide e perciò si era conservato abbastanza bene». A ripercorrere quella stagione di lavoro che l’antropologo portò a termine insieme ad Antonella Lopez, tossicologo della Sapienza di Roma, e all’insigne medico legale tedesco Bernd Brinkmann, sarà martedì prossimo lo stesso Capasso invitato dal presidente del Rotary Aurelio Bigi nella rassegna degli Incontri del martedì.
«Nel 1999 fu il giudice del tribunale di Roma, ora procuratore generale a Catanzaro, Otello Lupacchini, a chiamarmi», ricorda il docente, «ordinando ulteriori indagini scientifiche sul cadavere per fare luce su quello che solo apparentemente sembrava un suicidio». Vent’anni fa, Capasso non era ancora professore alla d’Annunzio, dove adesso dirige anche il Museo universitario, presiede la Fondazione dell’ateneo e il consiglio d’amministrazione dell’università telematica. All’epoca Capasso dirigeva il Servizio di antropologia per il Ministero dei beni culturali, con sede amministrativa a Roma e i laboratori di antropologia a Chieti, laboratori che successivamente sono passati alla d’Annunzio. L’incarico arrivò a 17 anni dalla morte del banchiere. «La nostra perizia arrivò alla conclusione che quando Calvi è stato impiccato era già morto, seppure da pochissimo», spiega il professore, «lo abbiamo potuto dire con certezza perché abbiamo scoperto che non ha compiuto atti respiratori quando è stato sospeso. Infatti non c’erano tracce di aria che si sarebbe dovuta depositare sotto la cute in caso di rottura della laringe. La rottura l’abbiamo trovata, ma non l’enfisema sottocutaneo, vale a dire l’aria sotto la cute». La perizia riuscì a risalire anche al posto dove il banchiere era stato ucciso: «Perché», spiega il docente, «sulle unghie abbiamo trovato delle lesioni che hanno permesso di ricostruire tutta la dinamica dello scenario della morte. Che non è avvenuta sotto il ponte dei Frati neri, ma in un cantiere edile che si trovava a circa 300 metri a valle del ponte. Nel cantiere si stava costruendo un palazzo che aveva un rivestimento interno realizzato con una pietra verde, chiamata pietra serpentina, che aveva lasciato tracce nelle unghie di Calvi». Di tutto questo si parlerà nell’incontro di martedì al Barbella, a partire dalle 17,30 in poi. (a.i.)

