La dottoressa diventa truffatrice: condannata per i gioielli spariti

7 Dicembre 2020

La donna fa acquisti all’oreficeria, paga con un assegno ma poi ne denuncia lo smarrimento Il giudice gli infligge 2 anni e 4 mesi di reclusione: «Assoluta malafede: non merita attenuanti»

CHIETI. Da medico a truffatrice di gioielli. È la parabola di Adele Maria Palena, 68enne teatina, condannata dal tribunale di Chieti a due anni e quattro mesi di reclusione. La dottoressa, come deciso dal giudice Chiara Di Gerio, dovrà anche risarcire la vittima, il proprietario di una nota gioielleria dello Scalo, con 2.500 euro.
«NESSUN PENTIMENTO» Alla donna sono state negate sia la sospensione condizionale della pena che le attenuanti generiche, «non avendo l’imputata manifestato alcuna resipiscenza per quanto compiuto», si legge in sentenza.
LA DENUNCIA Il gioielliere, assistito dagli avvocati Alfredo Trama e Roberto Di Loreto, ha ricostruito prima davanti alla polizia, e poi anche in aula, una storia che si trascina avanti ormai da anni. «Il 18 giugno del 2016», ha spiegato la vittima, che gestisce l’attività insieme alla moglie, «si è presentata nel nostro negozio la dottoressa Palena che, peraltro, è una nostra vecchia cliente. In quella circostanza, ha acquistato un bracciale da donna e un piccolo crocifisso, entrambi in oro giallo. E ha tenuto a precisare che li avrebbe regalati alla sua madrina e al coniuge per la festa dei cinquant’anni di matrimonio. Considerata la conoscenza che da anni abbiamo con lei, per la prima volta ci siamo convinti ad accettare in pagamento un assegno di conto corrente bancario. L’importo totale della spesa era di 1.150 euro: la dottoressa, in presenza mia e di mia moglie, ha tirato fuori dalla borsa un carnet di assegni e ne ha compilato uno in ogni sua parte. Non solo: la cliente ha chiesto di poter postdatare l’assegno al 28 giugno, assicurando che quel giorno il conto sarebbe stato coperto. Ci ha chiesto questa gentilezza perché, a suo dire, doveva incassare dalla Asl di Roma, che stava ritardando dei pagamenti».
LA BRUTTA SORPRESA Quando l’assegno è stato messo all’incasso, è arrivata la brutta sorpresa: «Il 29 giugno mi ha telefonato un funzionario della mia banca per darmi la notizia che l’assegno in questione risultava oggetto di smarrimento e, pertanto, sarebbe stato mandato dal notaio per il protesto. In un primo momento, ho provato a risolvere bonariamente la vicenda: ho tentato di rintracciare la dottoressa sia tramite amicizie comuni che recandomi personalmente a casa sua, dove però non l’ho trovata. Il numero di telefono che mi aveva lasciato non risultava attivo». A incastrare l’imputata, al di là del racconto della vittima, è stata una perizia calligrafica: la firma sull’assegno è da ritenere sua «oltre ogni dubbio».
LA SENTENZA Per il giudice, dunque, è provato il reato di truffa: «La condotta dell’imputata è stata posta in essere con la sapiente adozione di artifici e raggiri. La donna, carpita nel corso del tempo e della conoscenza di lungo corso la fiducia del gioielliere e della moglie, rappresentando loro una circostanza della quale non ha in alcun modo provato la veridicità – il fatto che attendesse a sua volta dei pagamenti –, ha ottenuto l’adozione di un comportamento da parte della persona offesa – quello di accettare un assegno, per giunta post datato – che, per politica aziendale, mai compiva, per ottenere l’ingiusto profitto dei gioielli per i quali non ha mai pagato né in quel momento, né successivamente, la somma di vendita, anzi sottraendosi a qualsiasi contatto con la persona offesa e, persino, togliendole il saluto con atteggiamento ben diverso da quello che caratterizzava i loro rapporti sino ad allora: ulteriore e plastico indice della consapevolezza della truffa e della calunnia».
NIENTE ATTENUANTI «La assoluta malafede dell’imputata nel perseguimento del profitto e nella volontà di aggirare la fiducia del gioielliere», è scritto ancora sulla sentenza, «è nitidamente comprovata non solo dal comportamento tenuto all’interno del negozio, ma anche da quello successivo, quando ha denunciato lo smarrimento dell’assegno mentre era perfettamente consapevole di averlo lasciato in conto pagamento». L’avvocato Mariagrazia Sciubba, difensore d’ufficio della dottoressa, ha già presentato ricorso in appello.
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