La figlia di Benito: «Riaprite le indagini»

15 Marzo 2020

Da tre anni esatti non si sa più nulla dell’ex panettiere. La famiglia scrive alla procura generale e chiede nuove ricerche

GUARDIAGRELE. La ferma certezza di Rosanna è sempre lo stessa da tre anni: «Chi sa tace, perché sono convintissima che in questa vicenda c’è qualcuno che conosce com’è andata. Ma il fatto di non sapere, non fa riposare me così come la mia famiglia». Di qui la nuova richiesta di riapertura delle indagini sulla scomparsa del papà Benito Della Penna, avvenuta oggi di tre anni fa, intorno alle 17. Questa volta, però, l’istanza, firmata lo scorso 15 febbraio, ha preso la direzione della Procura generale della Corte d’appello dell’Aquila. In due paginette di appena 40 righe, la figlia dell’ex panettiere sparito nel nulla a 83 anni mentre passeggiava con il suo bastone nei paraggi della casa di contrada Piana San Bartolomeo, chiede, appellandosi all’articolo 413 del codice di procedura penale, comma 1, che «il procuratore generale emetta il decreto di avocazione delle indagini preliminari relative alla denuncia-querela» sulla scomparsa del papà, presentata il giorno dopo la sparizione del familiare. Insomma, niente resa, bisogna riprendere le indagini, altro che archiviazione.
INCIDENTE O SEQUESTRO? E il perché lo spiega sempre la figlia di Benito in un passaggio della richiesta: «Non si esclude che papà possa essere stato vittima di un incidente stradale, o di un’aggressione fisica in cui poi è morto, o del sequestro di persona e dell’occultamento di cadavere, circostanze, queste ultime, più che idonee a far ritenere indifferibile e urgente l’intervento dei cani da cadavere». E quindi un suggerimento agli investigatori, qualora le indagini venissero riaperte: «Il corpo di papà è da ricercare nelle zone escluse» dalle prime verifiche fatte nella zona della sparizione nelle ore e nei giorni successivi alla denuncia della scomparsa, «ritenute impervie ma anche circoscritte».
I SOSPETTI SULLA FRANA. Rovi, fango, acqua. Di tutto questo sono piene le aree poco accessibili indicate nella denuncia e dove, secondo la figlia Rosanna, potrebbero trovarsi i resti del papà. «Lungo il ciglio della strada denominata “Muro di Guardiagrele”», scrissero in una relazione il 29 agosto dell’anno dopo, Gabriele La Rovere e Antonella Salomone, speleologi dello Speleo Club Chieti e del Gruppo di ricerca archeologica industriale della Maiella (Graim) dopo avere partecipato alle ricerche, «c’è una frana che interessa un fossetto di raccolta acqua particolarmente impervio. Questa frana è al confine con un terreno di Benito. La figlia racconta che il padre andava spesso in quella zona preoccupato dalla frana per osservarne lo sviluppo. Risalendo il fosso», sottolinearono gli speleologi, «si è avuto modo di osservare dal basso l’erosione causata dalle acque che risulta di una certa entità. Si è dedicata particolare attenzione alla parte corrispondente alla frana sovrastante che interessava la strada e che, nei giorni dell'esplorazione, era transennata. Questo, ipotizzando che Benito, sportosi dal ciglio della strada asfaltata per osservare la frana, vi sia caduto dentro innescandone un’altra che potrebbe averlo ricoperto completamente. Su questo sito restano pertanto dubbi e, non avendo trovato traccia alcuna in nessuno dei posti esplorati, si auspica uno scavo di ricerca lungo tutto il fronte della frana». Ma lo scavo non fu mai fatto perché mai autorizzato.
UNA STRANA SPARIZIONE. Era di mercoledì quando l’ex panettiere fece perdere di sé ogni traccia dopo avere trascorso un’oretta, tra le 16 e le 17, nelle vicinanze della sua abitazione. Benito, claudicante, non poteva compiere lunghi tragitti a piedi. Dunque, cade subito l’ipotesi dell'allontanamento volontario così come anche quella del malore. Di lui non è stato trovato più nulla, neanche gli occhiali che indossava oltre all’immancabile bastone usato pur nei minimi spostamenti e di cui, quindi, aveva assoluta necessità. Otto mesi dopo la scomparsa, a novembre 2017, qualcuno, a detta dei familiari, postò su facebook due righe per segnalare che Benito era stato seppellito sotto un ulivo, ma senza indicare dove. Alcuni parenti telefonarono a Rosanna per segnalare quanto avevano letto sul social, ma quel post fu rimosso in fretta, forse per paura.
LE VANE PERLUSTRAZIONI. Le ricerche nei paraggi della casa, in uno degli incroci stradali più frequentati di Guardiagrele dove si intersecano statali e provinciali per la Val di Sangro, la zona di Lanciano, la locale area industriale e la fondovalle per Chieti-Pescara, non hanno portato ad alcun risultato. Una delle ultime perlustrazioni risale allo scorso anno col gruppo di volontari Sos Metal Hunters attrezzati di metal detector nella speranza che quella strumentazione captasse il segnale del bastone o della protesi che a Benito anni prima era stata impiantata all'anca sinistra. Niente. Ma la famiglia non accetta la resa. «Voglio qui i cani da cadavere», insiste Rosanna, «prevista per motivi investigativi e a supporto della ricerca di persone scomparse».