La Imm è ripartita: «Siamo essenziali»

Atessa. L’azienda produce per l’Est. L’ad Di Campli: adottate tutte le cautele, l’Italia sparisce se il manifatturiero si ferma
ATESSA. È la Imm Hydraulics, gioiello di tecnologia, manodopera e creatività con un fatturato di 100 milioni di euro nel cuore della Val di Sangro, una delle prime scintille della Fase 2. L’azienda che progetta e produce tubi e sistemi di connessione oleodinamica, è ripartita già da martedì scorso con una produzione che risponde alle attuali richieste del mercato, sensibilmente diminuite, ma tuttavia presenti, soprattutto in Paesi dell’est Europa. Lo stabilimento fa parte del settore automotive, ma non è espressamente una realtà che produce per l’industria automobilistica: i suoi settori di riferimento sono quello energetico, agricolo, militare, trasporto e movimentazione terra.
Non appena le maglie del decreto Covid lo hanno permesso, l’azienda è ripartita, adottando tutte le misure di sicurezza previste dal governo. La Imm Hydraulics fa parte dunque di quelle imprese “necessarie” alla ripresa per una filiera, quella agricola e energetica, che l’amministratore delegato Marcello Di Campli ha definito “essenziale”. «La Imm è a tutti gli effetti tra le aziende con codice Ateco (classificazione delle attività economiche secondo l’Istat, ndc) che possono ripartire in seguito all’emanazione dell’ultimo decreto Conte», spiega Di Campli. «In perfetto accordo con le organizzazioni sindacali abbiamo quindi predisposto una serie di misure per la sicurezza dei dipendenti». E così la think room dove una trentina di ingegneri metteva su carta idee e progetti è diventata war room, dove per guerra si intende tutto quello che una ripartenza produttiva in piena emergenza sanitaria comporta. Gli ingressi dei dipendenti sono stati scaglionati, sono stati divisi gli spogliatoi, distribuite mascherine e gel igienizzanti, prevista la misurazione della temperatura all’ingresso assieme a tutta una serie di altre misure. Le distanze tra i lavoratori nei vari reparti superano i 4 metri dal momento che non si tratta di una produzione di linea e che, soprattutto in questo momento storico ed economico, si decide il numero di lavoratori per ogni reparto in base alle esigenze produttive.
«Se fermiamo il settore manifatturiero che è la spina dorsale dell’Italia», commenta Di Campli, «il Paese sparisce. Dobbiamo ripartire adottando tutte le cautele del caso, ma preparandoci allo scenario futuro che sarà inevitabilmente mutato. Dobbiamo abituarci a lavorare con il distanziamento sociale e adottare tutti i sistemi di sicurezza sia per il Covid-19, ma anche per altre pandemie che potrebbero ripresentarsi. Sottovalutare quanto accaduto, anche da parte del mondo industriale, è stato un errore, ora il virus deve essere visto come una opportunità per cambiare in meglio e ripartire più forti di prima».
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