La lotta al virus in Rianimazione «Noi, al fianco dei contagiati»

Il racconto dalla terapia intensiva: combattiamo un male crudele che separa i pazienti dai familiari Infermieri al lavoro senza orari: abbiamo protezioni speciali, a fine turno ferite sul volto e disidratati
CHIETI. Piangono in silenzio, prima di essere intubati. «Hanno paura: gliela leggiamo negli occhi, anche se questi pazienti non parlano perché non riescono a respirare». Patrizia D’Alimonte, coordinatrice infermieristica, ha 59 anni: gli ultimi 25 li ha vissuti in prima linea alla Rianimazione dell’ospedale di Chieti. È in queste stanze piene di macchinari per la ventilazione artificiale che, da due settimane, i casi più gravi di coronavirus lottano per la vita. All’ottavo e al nono livello del Santissima Annunziata si combatte un’emergenza che mai nessuno si sarebbe immaginato di dover affrontare. Lo dicono chiaramente Patrizia e i suoi colleghi, che scalano montagne da mattina a sera, in questa che lei definisce «una guerra virale».
LE TUTE BIANCHE. Non è più una questione di orari, non si guardano gli straordinari. Si lavora e basta, indossando quelle tute impermeabili diventate il simbolo dell’epidemia. «Fanno sudare moltissimo. Le portiamo fino a dieci ore di fila, muoversi è complicato e i nostri nomi sono scritti sulla schiena, perché diventa difficile anche riconoscersi. Ma è l’unico modo per proteggere noi e i nostri pazienti». La sete è tremenda: «C’è chi finisce il turno completamente disidratato. Non abbiamo neanche il tempo di guardarci in faccia o per andare in bagno: corriamo ovunque, dai pazienti del nostro reparto e da quelli ricoverati nelle altre unità operative e sottoposti a una ventilazione meno invasiva». Come prima cosa, dunque, c’è la procedura per vestirsi: in questi reparti si entra solo se bardati a dovere. Ma la fase più importante è la svestizione. «Abbiamo fatto parecchie prove, sulla base dell’esperienza dei nostri colleghi del Nord Italia, già prima che l’emergenza arrivasse in Abruzzo». La sequenza va rispettata alla lettera per evitare di contaminare gli ambienti circostanti. Prima si toglie un paio di guanti; poi, nell’ordine, via lo schermo facciale, il camice, i calzari e la mascherina. Infine le cuffie e i secondi guanti. Tutti i presidi sono eliminati in modo sicuro, utilizzando appositi sacchi per rifiuti speciali. Solo a quel punto ci si può disinfettare le mani. «Per non parlare delle lesioni che i presidi di protezione lasciano sul volto: sono come dei piccoli ematomi che al turno successivo, quando bisogna ribardarsi, fanno ancora male».
I RICOVERATI. Ogni santo giorno è la stessa storia. Anzi, i ricoverati aumentano con il passare delle ore. Ieri sera in totale ne erano 145, di cui 16 in Rianimazione, 15 in Malattie infettive, 14 in Pneumologia subintensiva e 100 in Medicina. «Può accadere che le condizioni dei malati si aggravino all’improvviso. Davanti ci troviamo pazienti spaventati, perché sanno benissimo di rischiare la vita», prosegue D’Alimonte. «Da noi cercano anche supporto e vogliono essere tranquillizzati. Molti di loro sono increduli perché non hanno la minima idea delle circostanze in cui hanno potuto contrarre il Covid. Fino a poco tempo fa, per loro il coronavirus era un problema lontano: roba che si vedeva solo in televisione attraverso le immagini che arrivavano dalla Cina».
I PARENTI. In questi reparti ad altissimo rischio di contagio è naturalmente vietato l’ingresso dei familiari dei pazienti. «Quello che stanno vivendo i parenti», dice Patrizia, «non è un dramma, è qualcosa di più grave. Di crudele. Non possono stare accanto ai cari non solo negli ultimi istanti di vita, ma anche dopo la morte. Ci telefonano per conoscere le condizioni dei loro congiunti. Molto spesso sono loro stessi positivi: piangono, sono preoccupati, sperano in buone notizie. A volte i pazienti sembrano migliorare nei parametri. Ma non abbiamo dati statistici per dire con assoluta certezza quello che sta accadendo. Quando arrivano in terapia intensiva, i pazienti sono sedati: non hanno respiro, vanno in panico. All’inizio la paura si legge nei loro occhi. Poi vengono meno anche i sensi e cadono in una specie di sonno».
I PIÙ GIOVANI. In prima linea ci sono pure tanti giovani infermieri, alcuni alla prima esperienza. «Dico loro di lavorare con il cuore, perché il nostro non è un mestiere come un altro». Dopo giornate piene di tensione nervosa, si fa fatica anche a dormire. «Torniamo a casa distrutti, ma con l’adrenalina altissima. No, le immagini che vediamo in reparto non è il caso di raccontarle in famiglia. Ripeto: anche per noi è una condizione quasi irreale, ma adesso la stiamo vivendo in prima persona e vogliamo combattere con tutte le nostre forze». È come un film che nessuno ha mai visto. Ma non c’è niente di finto in quegli occhi che fissano Patrizia e chiedono aiuto anche se la voce non esce.

