La musica è troppo alta palestra paga i danni

14 Luglio 2018

Condannata la titolare di un’attività di Chieti Scalo: superati i limiti del rumore Scattano risarcimenti di 6mila euro a favore dei residenti che avevano protestato

CHIETI. Musica troppo alta e palestra condannata a risarcire i residenti delle case vicine. Porta a Chieti Scalo un caso finito sotto la lente della Corte di Cassazione: la titolare di un centro fitness dovrà pagare i danni a 4 residenti per un totale di 6mila euro, più altri 5.300 euro di spese legali. Ed è una sentenza che potrebbe spalancare la strada ad altri casi fotocopia: la Cassazione mette per iscritto che le palestre non rientrano nella categoria delle «attività o mestieri rumorosi» e, pertanto, devono sottostare ai limiti del rumore e non possono derogarli.
A Chieti Scalo, invece, quei limiti sarebbero stati superati e non una volta soltanto: nel corso del 2014 e del 2015, tra il gestore della palestra e i vicini era nata una lite per quel rumore considerato insopportabile. Una lite con «numerosi esposti» e «ripetuti interventi della polizia municipale» fino a un’ordinanza sindacale che aveva addirittura vietato l’uso di «apparecchiature rumorose». Una lite arrivata poi in tribunale. E, in primo grado, nel 2017, il tribunale di Chieti aveva condannato la proprietaria della palestra alla pena di 300 euro di ammenda per il reato di disturbo della quiete pubblica: troppo forte la musica proveniente dalla palestra, soprattutto durante le lezioni di gruppo. La sentenza diceva che quei rumori «arrecavano disturbo al riposo e all’occupazione dei residenti limitrofi». Anzi, la sentenza allargava i confini del problema stabilendo che «gli strumenti di diffusione sonora diffondevano la musica ad alto volume in tutta la zona densamente abitata». L’Arta, chiamata a quantificare quel rumore che per i vicini non permetteva neanche di ascoltare la televisione, aveva riscontrato 18 decibel a fronte del limite fissato a 5 con un «valore differenziale» di 13,1. Oltre alla multa di 300 euro, il tribunale aveva così dato il via libera anche ai risarcimenti per le parti civili: 6mila euro in tutto, 3.500 per una famiglia di tre persone e altri 2.500 per un’altra residente.
La titolare della palestra ha fatto ricorso in Cassazione ma, per la Suprema corte, valgono le dichiarazioni dei testimoni parti civili: la Cassazione ne cita una che «aveva dichiarato la prosecuzione dell’attività rumorosa anche dopo i rilevamenti e i numerosi esposti dei cittadini vicini» e «i ripetuti interventi della polizia municipale che pure aveva rilevato, nel corso di questi, l’elevato volume della musica e la chiara udibilità delle voci, e la relazione dell’Arta confermata dai testi nel dibattimento sul superamento dei limiti di legge e l’ordinanza del sindaco che vietava l’utilizzo di apparecchiature rumorose». La Cassazione ha così bocciato il ricorso della proprietaria: per i massimi giudici, la sentenza di primo grado è inappuntabile. La titolare è stata condannata anche a pagare le spese legali con una stangata da 5.300 euro: 3.500 euro nei confronti della famiglia di tre persone e 1.800 verso l’altra residente. (p.l.)