«La nostra missione in Kosovo»

Il racconto dell’alpino Rossi vent’anni dopo la guerra dei Balcani
ATESSA. «Il campo era saturo, i kosovari avevano fiducia di noi, la nostra infermeria era sempre piena: arrivavano persone ferite da armi, disidratate, denutrite: lì c’era l’umanità sofferente». A vent’anni esatti dall’emergenza guerra nei Balcani, così Nicola Giuseppe Rossi, del gruppo Ana, Renato Spaventa, di Atessa, racconta la sua esperienza. «Sono passati vent’anni da quando il 1° aprile del 1999 partimmo dal molo di Ancona. Era la nostra prima vera esperienza di protezione civile. Non si conosceva la destinazione precisa, solo l'arrivo: Durazzo, in Albania. Eravamo in tre di Atessa», racconta un emozionato Nicola Giuseppe, «io, Franco Cinalli e Alessandra Antenucci, lungo la strada per raggiungere Ancona si aggiunsero altri volontari tra i quali Nicola Sciulli di Gamberale, Serafina D’Angelo e il dottor Antonio Festa di Palombaro e gli alpini del teramano e aquilano».
La missione era denominata Arcobaleno e, complessivamente, il gruppo di Atessa vi partecipò cinque mesi. L’Arcobaleno fu un’iniziativa di solidarietà promossa nel 1999 dal governo italiano per aiutare i profughi albanesi durante la guerra del Kosovo in fuga da quella regione. «La sera del 1° aprile sul molo di Ancona ci unimmo alla colonna mobile degli alpini del nord. Di buon mattino ci dissero che eravamo diretti a Kukes, ai confini con il Kosovo, dopo circa 10 ore di viaggio ci fecero guidare verso il fiume dove sistemammo le prime tende». Negli occhi di Nicola Giuseppe, un omone buono e disponibile alla solidarietà, è come se quelle scene fossero successe un’ora fa. «Alle prime luci dell'alba si sentivano passare molti mezzi agricoli, uscii fuori dalla tenda, quello che apparve fu scioccante: decine di trattori con un carretto, coperto da un telo, pieno di donne e bambini, erano i profughi, migliaia di persone in attesa di dirigersi verso un luogo sicuro; furono giorni di lavoro frenetico: Alessandra sempre impegnata in infermeria, io, Franco e Nicola, addetti logistici; non ricordo quanti elicotteri scaricammo: viveri, medicinali, farina, acqua. Ci sono stati anche momenti di apprensione quando qualcuno si divertì a far arrivare ai limiti del campo un colpo da cannone. Un ringraziamento va al nostro capogruppo, di allora e di oggi, Antonio Ciallella, questa missione che ci ha cambiata la vita, fu il nostro trampolino di lancio».
Matteo Del Nobile

