La prima volta della filovia Così è nata Chieti Scalo

2 Dicembre 2018

Il corso della città è cambiato 113 anni fa con il debutto del trenino da rincorrere a piedi I ricordi di D’Alessandro: gli anni del boom tra sogni, lavoro e amore per le camiciaie

CHIETI. «Alla fine, la spuntarono le istanze delle famiglie più in vista della città, contrarie alle “vaporiere e ai loro affumicanti ed inquinanti effluvi” e magari preoccupate dall’“assordante rumore” del progresso». Mario D’Alessandro, per anni direttore della biblioteca della facoltà di lettere dell’università d’Annunzio, nonché giornalista e scrittore, sorride rivisitando i documenti di quell’agosto del 1888 che diede origine alla «città divisa in due».
DUELLO DI D’ANNUNZIO. «Diversi anni prima, durante una visita a Chieti di Vittorio Emanuele II, salutato come il nuovo Re dell’ormai prossima Italia unita, si parlò di un collegamento ferroviario tra Roma e Pescara con la costruzione di una stazione sulle pendici del colle teatino. Il progetto andò avanti tenendo conto, appunto, anche delle osservazioni di alcuni notabili cittadini e, a fine agosto del 1888, venne ufficialmente inaugurata la stazione nella vallata del fiume Pescara. Attorno poche case e quell’area di campagna che, nel settembre del 1885, fu scenario di un duello tra Gabriele d’Annunzio e il giornalista Carlo Magnico il quale aveva definito il Vate un “piccolo Gargantua della poesia italiana”». Intanto, dalla stazione ferroviaria, bisognava comunque raggiungere la città. «Attraverso carrozze a cavallo che si inerpicavano su un sentiero brecciato. E si arrivò alla realizzazione di una tranvia, ovvero un trenino a scartamento ridotto, inaugurata nel maggio del 1905 con partenza dalla stazione verso la fornace Di Muzio e svolta in direzione del Tricalle da dove il tracciato raggiungeva il colle nei pressi del cimitero di sant’Anna per poi proseguire fino al capolinea di piazza San Giustino».
RINCORRENDO IL TRENINO. Impressionante il numero di documenti raccolti e sapientemente analizzati da D’Alessandro, per i suoi tanti amici “lu Bbarone”, regolarmente pronto a descrivere passato e presente di un territorio in cui è anche impegnato nel sociale ed autore di incisivi versi, anche dialettali. Sempre ironici, spesso dissacranti, mai offensivi. Comunque sintesi di una grande capacità divulgativa. «Il trenino rappresentò una svolta nel collegamento tra il centro storico», prosegue, «ed un’area che, a valle, si andava velocemente sviluppando. Suggestivo il percorso tra le campagne, ovviamente lento l’incedere del mezzo fino al punto che qualche passeggero riusciva a scendere, dissetarsi a un fontanino, cogliere qualche frutto dagli alberi e risalire, correndo, a bordo».
“PEPPINELLO”. La storia dei mezzi di trasporto in una città divisa in due, ed ora anche in più parti, continua. «Nella zona della ferrovia, dove c’era la vecchia fonderia Calvi, arrivarono altri insediamenti industriali come il tabacchificio, il consorzio agrario e, soprattutto, la cartiera della Celdit. Nel 1936 il prefetto di Chieti era Francesco Sepe e fu usato per la prima volta il termine “Scalo” ad indicare quella parte della città situata nella vallata e sempre più affollata da operai, artigiani e contadini. La contrapposizione con il ceto impiegatizio del centro era evidente e non solo riassunta nelle sassaiole lungo le linee di confine, sulla falsariga dei “ragazzi della via Pal”. Nel 1944 i tedeschi fecero intanto saltare il tracciato del trenino e si andò avanti attraverso l’uso di camion di guerra mentre andava facendosi strada, è il caso di dirlo, l’idea di un trasporto su gomma sfruttando il percorso di via Colonnetta. Un progetto, che vide impegnato il ministro Giuseppe Spataro, originario di Vasto, portato a compimento nel luglio del 1950 con l’inaugurazione della nuova “Filovia di Chieti”, alla quale l’amico Franco Amoroso ha dedicato una curatissima pubblicazione. Fu una giornata memorabile con i nuovi mezzi elettrici a compiere il loro percorso tra due ali di folla entusiasta. Una grande novità mentre nella città alta i collegamenti tra i quartieri e le fermate della filovia venivano assicurati da piccoli bus che la popolazione prese a chiamare “Peppinello”, dal nome dello stesso Spataro».
ARRIVANO LE CAMICIAIE. Anni di preludio a quelli del boom economico. «Migliori collegamenti ed altre iniziative industriali come le trafilerie della famiglia Masci, lo zuccherificio e la grande camiceria fondata dall’ingegner Marvin Gelber che rappresentò un importante momento nella vita di centinaia di ragazze provenienti dai paesi vicini. Lavorare, per giunta lontano da casa, rappresentò per loro un deciso segno di emancipazione. E, per tanti giovanotti della zona, l’attenzione si spostò verso il cancello di una fabbrica davanti al quale sostare a bordo di una Vespa o di una Seicento, aspettando l’uscita delle “camiciaie”. Ormai lo “Scalo” era pronto ad accogliere anche tanti residenti sul colle attraverso la costruzione di diverse abitazioni popolari mentre il resto l’hanno fatto, in tempi recenti, la realizzazione del policlinico e del campus universitario». Sintetizzate alcune importanti pagine di storia cittadina, l’impegno di Mario si trasferisce subito negli ultimi ritocchi a “Lu Lunarjie”, un calendario particolare, in dialetto, lingua e vignette, da lui ideato assieme ad alcuni amici e da oltre trent’anni singolare guida a tradizioni, costumi e gastronomia abruzzese. C’è tutta l’anima del bibliotecario, ma come faccia “lu Bbarone” a coinvolgere e farsi coinvolgere con passione in tante cose, anche per chi lo conosce da anni, resta un mistero.
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