La Processione torna a commuovere Chieti
Dopo due anni di stop, 11mila in centro per sentire il Miserere
CHIETI. Si rinnovano, a distanza di due anni, le emozioni legate alle fiaccole, agli incappucciati e alle note struggenti del Miserere di Selecchy. E così una intera comunità ha ritrovato il “suo” giorno, momento unico per la città e per coloro che, nell’occasione, cercano in ogni modo di farvi ritorno. Nel cuore e nella mente di tutti, appunto, due anni di pandemia e magari anche le terribili immagini di guerra che turbano e inquietano in quest’ultimo periodo. Mascherine obbligatorie e ingressi controllati lungo lo storico percorso per la Processione del Venerdì Santo, da diverse fonti citata come la più antica d’Italia, che si è di nuovo allungata per le strade del centro storico in un’atmosfera in grado di emozionare chi vi assiste per la prima volta e di suscitare rinnovato orgoglio e senso di appartenenza nell’animo di coloro che questo evento lo portano nel proprio patrimonio genetico.
Come il sindaco Diego Ferrara: «Stavo pensando da diversi giorni, con commozione, a quando, da bambino, ho visto per la prima volta la Processione sulle spalle di mio padre. I miei genitori non ci sono più e chissà quanto sarebbero stati felici nel vedermi seguire il corteo con la fascia tricolore di primo cittadino. Sì, per Chieti si tratta sicuramente un giorno particolare. Un momento di profonda spiritualità ma anche di grande identità sociale ed orgogliosa aggregazione».
Così, ancora una volta, all’imbrunire di un giorno di primavera, superando, peraltro, i disagi derivanti dai lavori di sistemazione di piazza San Giustino, la Processione si è mossa dalla Cattedrale con il suo serpentone di simboli, devozione, tradizione ma, anche e soprattutto, di ricordi per la folla assiepata lungo il percorso. «Una intera città che si fa processione essa stessa, un evento che scandisce e segna il trascorrere degli anni, il succedersi delle generazioni, il tempo del vivere e del morire», afferma Giampiero Perrotti, governatore dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, nei secoli gelosa custode della tradizione.
Le tuniche e i cappucci neri con le mozzette dorate dell’Arciconfraternita i cui membri tramandano di padre in figlio l’onore di portare a spalla la statua dell’Addolorata, che indossa un abito di seta nera ricamata a fili d’oro, quella del Cristo morto, ricoperta da un velo trapunto di gioielli, e gli altri simboli della Passione: l’angelo, il sasso, il velo, le lance, la scala, la Croce. Poi gli appartenenti alle varie congregazioni, nel loro passo cadenzato tra le fiaccole mentre, da lontano, si comincia a percepire la struggente melodia del Miserere del compositore teatino Saverio Selecchy, scandita da oltre cento voci maschili e sorretta dal suono di altrettanti violini.
Un coro potente e dolce al tempo stesso, in un clima di profonda mestizia che lo stesso Gabriele d’Annunzio ebbe a definire «una fontana di lacrime», quello destinato ad accompagnare, tra la gente, la ricerca di volti, angoli ed emozioni che si rincorrono nel rivedere persone con le quali si sono condivise le prime esperienze di vita e forse anche le delusioni che hanno indotto parecchi ad andar via.
E qui scatta la voglia di raccontare e di raccontarsi dietro ogni simbolo della Passione e ogni nota di un canto che ti entra dentro in un tumulto di sentimenti. Perché è Venerdì Santo, ma anche perché capisci di essere incredibilmente e forse anche inaspettatamente legato a tutto quello che circonda questo appuntamento.
Sensazioni particolari, di quelle destinate a rinnovarsi e mirabilmente sintetizzate nei versi dialettali del poeta Raffaele Fraticelli: «Chi sa pe’ quanta tempe, quant’ancore, stu jorne vè parlà dentr’a lu core». Proprio così.
Intanto si va avanti, il corteo si allunga per far rientro in Cattedrale, i tempi sono cambiati ed il “popolo del selfie” ha il suo bel da fare mentre parte, puntuale, anche la videochiamata all’amico di infanzia che vive lontano e risponde con voce commossa, impastata di nostalgia. E tornano alla mente le parole pronunciate da monsignor Bruno Forte sin dal suo arrivo in città: «Un evento eccezionalmente struggente, vissuto con intensa partecipazione». Da parte di tutti. Anche, nell’occasione, dal presidente della Regione Marco Marsilio che ha seguito la Processione assieme ad un folto gruppo di autorità tra le quali il prefetto Armando Forgione, il questore Annino Gargano e Giovanni Legnini, commissario straordinario di Governo per la ricostruzione post sisma.
Una manifestazione che si è svolta, anche grazie all’impegno delle forze dell’ordine e di un gran numero di volontari, nel massimo ordine con circa undicimila presenze segnalate della questura di Chieti ai varchi di accesso predisposti nel pomeriggio. Comunque al di sotto del limite fissato nei giorni scorsi che aveva portato a qualche polemica.
E intanto, sempre sulle note del Miserere, la città ha di nuovo mostrato, con il suo garbo antico, il proprio volto migliore. Accompagnato, dopo due anni difficili, da tanta voglia di normalità. Unita al desiderio di stare finalmente insieme per condividere un importante momento di riflessione.
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