La vita dei deportati fa piangere il pubblico teatino

Sala gremita in prefettura per il Giorno della memoria Consegnate le Medaglie d’Onore alle vittime dei nazisti
CHIETI. «Lo mandavano a lavorare per tutta la giornata, dandogli solo un bicchiere d’acqua, una patata, un pezzo di pane e, quando andava bene, qualche galletta». E’ il particolare che più è rimasto impresso nella memoria di Giuseppe Di Fabio delle storie che gli raccontava il padre Domenico sulla sua esperienza di internato nei campi di concentramento nazisti. Il figlio Giuseppe, allora bambino, ascoltava incredulo le storie del padre miracolosamente sopravvissuto ai lager tedeschi e ieri, con grande emozione, fino quasi alla commozione, si è recato con il figlio più piccolo, che non a caso di chiama Domenico, in prefettura per ricevere dalle mani del prefetto, Fulvio Rocco de Marinis, la Medaglia d’Onore alla memoria del padre. Il riconoscimento viene conferito con decreto del Presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. Sono state tre le Medaglie d’Onore concesse ai residenti della provincia teatina in occasione del Giorno della Memoria, in occasione dell’anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come ha ricordato Cinzia Di Vincenzo, madrina della cerimonia che si è tenuta nei prestigiosi appartamenti prefettizi. La prima Medaglia è stata data alla memoria del padre di Giuseppe Di Fabio, Domenico Di Fabio, nato il 28-6-1914 a Monteferrante, scomparso tre anni fa. Il signor Di Fabio è stato internato nei campi di concentramento tedeschi dal primo ottobre del 1944 al primo aprile del 1945. Quel lontano primo aprile, quasi fosse uno scherzo tradizionalmente legato a quel giorno, il signor Di Fabio è stato fatto salire dagli stessi tedeschi su un treno diretto a Milano e da qui è tornato a casa dai genitori che lo aspettavano a Villalfonsina. La sua vita è tornata così a scorrere normalmente: si è sposato con Concetta e ha costruito la sua famiglia. Ai figli, però, non è mai riuscito a raccontare per filo e per segno cosa accadeva durante la prigionia in Germania. Diceva solo qualche particolare, anche molto crudo, parlando del duro lavoro senza mangiare e bere. I bambini lo ascoltavano e non sapevano neanche se il padre stesse dicendo la verità o meno. «Solo quando siamo diventati più grandi», racconta ora il figlio Giuseppe, che vive a Villalfonsina, «abbiamo scoperto che quella era la verità». La seconda Medaglia è andata a Elia Di Renzo, nato il 2-3-1920 a Pennadomo, internato dall’8 settembre del 1943 al 13 aprile del 1945, nel campo di Westofen in Germania, dove è morto. I nipoti, Ennio ed Eligio Di Renzo, hanno ritirato l’onorificenza alla sua memoria. «Non ho mai conosciuto mio zio», ha raccontato Ennio, «era l’ultimo dei fratelli Di Renzo, ma mio padre Rocco, il maggiore, che gli era molto affezionato, per non dimenticare il fratello più piccolo ha messo ai suoi tre figli nomi che iniziassero con la lettera “E”. E così noi fratelli ci chiamiamo Enzo, Ennio ed Eligio. Il suo corpo riposa nel cimitero di guerra di Francoforte sul Meno. Lo scorso anno mio figlio sacerdote ha celebrato una messa in onore dei caduti di tutte le guerre». L’ultima Medaglia è stata conferita all’unico deportato ancora vivente, Osvaldo Boni, nato il 28- 3-1922 a San Severino Marche e internato dal primo settembre 1943 al primo agosto 1945 nel lager di Norimberga. Boni ha ritirato la sua Medaglia direttamente a Roma alla Camera dei Deputati.
Arianna Iannotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA

