Le Farchie, a fuoco le pire delle contrade per lu Sant’Andone

Gli ultimi preparativi a poche ore dalla gara tra i faresi Vince chi realizza il fascio di salice più grande e luminoso
FARA FILIORUM PETRI. «La Farchia ci aiuta a vincere il freddo, a moltiplicare le nostre forze, ispira stati d'animo mistici». Fabio Cellucci, contradaiolo di Giardino, non ha dubbi. Quello delle Farchie è una festa per chi guarda lo spettacolo delle pire gigantesche che si stagliano nel cielo all'ombra della Madre Maia. «Ma per noi è un atto di fede in tutto quello che viviamo in questi giorni», racconta Fabio, 28 anni operaio metalmeccanico, «lu sant'Andone come si dice nel nostro dialetto, la nostra vita come parte di una comunità, i nostri vicini e i forestieri che vengono a trovarci da lontano. Sono tutti parte di una suggestione simboleggiata dal salice, forte e fragile allo stesso tempo, che ci fa vedere un mondo misterioso dominato dal bene». Tutto vero, se perfino un uomo in litigio da almeno trent'anni con suo fratello dice, come ha detto qualche giorno fa mentre si lavorava alla Farchia, che «per queste feste possono entrare in casa mia tutti, amici e nemici». Una tregua in omaggio al sacro, è chiaro. É nei capannoni in cui si modellano i grandi fasci alti fino a 8 metri e mezzo che riaffiora l'anima popolare, umana e devozionale del farese. «Sono almeno sette generazioni, da metà Ottocento, che la mia famiglia partecipa alla Farchia», fa sapere Fabio, «da quando, prima che ogni contrada costruisse un'unica Farchia da mettere in competizione con le altre. E da quando non c'erano aree pubbliche a disposizione come oggi, e la Farchia si costruiva in casa». Non che il resto non conti, ma le libagioni, abbondanti come sempre, tengono banco a Colli Centro, in collina lungo la vecchia strada per Bucchianico. É qui che dietro i fornelli sale in cattedra "Vissani", al secolo Ermete Di Girolamo, lo chef poco dilettante e molto professionale che al tradizionale maiale ha sostituito il cinghiale grazie a un accordo con appassionati di caccia. «Nessuno ha ancora dimenticato il suo raffinato cinghiale con prugne e cioccolato fondente, una leccornia da corte settecentesca», rivela Luca Di Girolamo, uno dei forzuti al lavoro nel capannone. «E oltre al migliore chef», aggiunge, canzonando le altre contrade, «abbiamo i vini migliori di Fara grazie alla nostra terra "solagna", che fa maturare l'uva a dovere». L’altro ieri sera il primo record stagionale al banchetto di Colli Centro, dove hanno cenato 150 persone grazie a uno staff di cucina di oltre venti elementi reclutati su base volontaria. «E parlando di record, per tradizione siamo da sempre i primi a giungere di primo pomeriggio sul piazzale del cimitero, dove anche domani (oggi ndc) piazzeremo la Farchia su quello che resta del nostro mattone consumato dal tempo. Forse è lì da un secolo ma si vede ancora». La Farchia di Colle San Donato è invece a due passi dalla piana dei roghi del 16 gennaio, luogo in cui apparve il santo-monaco in saio a sbarrare col fuoco la strada all'armèe napoleonica del generale Coutard lanciato alla conquista di Guardiagrele. «Forse la nostra è l'età media più bassa tra tutti i 15 gruppi di farchiaroli in competizione», spiega Corrado Di Nardo, fino alle elezioni dello scorso maggio vice del sindaco Domenico Bucciarelli, «Ma quanto a tecnica ci difendiamo bene: abbiamo imparato dai grandi capifarchia del passato. Ma è una falsa gara», soggiunge, «siamo tutti faresi e la devozione all'abate Antonio rinsalda ogni volta la nostra identità».
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