«Le frane in città? Il territorio ci presenta il conto»

18 Marzo 2015

Il geologo Mario Rainone denuncia la “miopia” della politica: nessuna pianificazione in 36 anni di emergenze ambientali

CHIETI. Chieti che scricchiola, Chieti che frana. E questa volta su più fronti: Fosso Santa Chiara, Santa Maria Calvona, via per Popoli. A barcollare sono anche alcuni costoni del quartiere Tricalle. Che cosa sta succedendo? Quali sono le cause? Si possono prevedere le frane oltre che curarle e metterle in sicurezza? Domande che abbiamo rivolto al docente Mario Rainone, professore associato di Geologia applicata all’università «d’Annunzio» di Chieti.

Professor Rainone perché la collina sta franando?

«Cominciamo col dire che non è certo per colpa del clima, come a certe persone fa comodo far credere. Ci sono state delle estremizzazioni di eventi atmosferici, ma non sono loro i responsabili di quanto sta accadendo alla città. La cosa certa, invece, è che il territorio sta presentando il conto. Paghiamo decenni di non pianificazione o di pianificazione vergognosa del territorio. Un esempio? I Prg che non prevedono il danno causato dalla lavorazione in zone agricole scoscese con mezzi meccanici su versanti non vocati a questo tipo di attività. Il risultati sono l’instabilità dei terreni e quindi i fenomeni franosi. Noi rappresentiamo un popolo di poeti, santi, navigatori e aggiungo di tifosi. Scendiamo in piazza contro il petrolio, ma ci infervoriamo molto meno sull’urbanistica. Quello che manca in tutto l’Abruzzo, Chieti compresa, è la scarsa considerazione del “consenso geologico”. Su un terreno a rischio idrogeologico non si possono costruire palazzi e strade».

Ma le frane possono essere previste?

«Certo che sì, attraverso i piani di assetto geologico. Ma a dirla tutta, quanto viene speso dalle amministrazioni per la prevenzione geologica? La risposta è poco o nulla. L’emergenza idrogeologica è un problema antico di Chieti. In 36 anni di governi vari cosa si è riusciti a fare? Si sono spesi miliardi di vecchie lire per interventi utili o semplicemente si è puntato sull’interesse economico delle opere realizzate? Un altro esempio: il Megalò è a rischio idrogeologico elevatissimo per i beni di grande valore che accoglie. Va benissimo la bonifica del fiume, ma non per realizzarci un altro Megalò perché in questo caso il rischio tornerebbe a presentarsi vanificando le opere di difesa del territorio».

Cosa può e deve fare la politica per invertire la rotta ?

Deve curare la sua miopia. Non sempre si tratta di malafede. Bisogna che le amministrazioni si scrollino di dosso questa incapacità di programmare il territorio. Altro esempio: si parla dell’Abruzzo e della sua vocazione turistica, ma dove si è mai visto chiudere una stazione sciistica a causa di una copiosa nevicata? Sulla Maielletta è capitato di recente».

La presenza di un geologo nelle amministrazioni farebbe dunque la differenza?

«Per ebola si fa ricorso ai medici, per le frane bisognerebbe interpellare i geologi e poi, in seconda battuta, gli ingegneri e gli architetti. Chieti ha molte criticità, ma ha anche una università con un dipartimento di Geologia, ma le professionalità dell’ateneo non sono mai state riferimento per nessuno. Il rapporto tra amministrazioni locali e la facoltà è pessimo».

Ma torniamo alle frane, una cura?

Rispettare il principio del “consenso geologico”, non inseguire l’intervento singolo, ma governare il territorio in base alle sue caratteristiche. E avere anche il coraggio di delocalizzare, abbattere e non ricostruire».