«Le industrie dietro il delitto Matteotti»

Perrone, ex Ansaldo, nel 1924 svelò un terzo movente: 90 anni dopo Benegiamo mostra quel verbale del processo farsa
CHIETI. Un verbale dell’8 ottobre 1924 può cambiare il movente del delitto Matteotti? Quattro pagine in carta velina in cui un industriale siderurgico dell’epoca, Pio Perrone, dichiara di aver consegnato al deputato socialista, simbolo dell’antifascismo, documenti compromettenti sulla debacle del vecchio gruppo Ansaldo, possono riscrivere la storia di Mussolini e della nascita del fascismo? Marcello Benegiamo, bibliotecario dell’Archivio di Stato di Chieti, appassionato di storia, ritiene che questo verbale, pescato tra 4mila fogli del processo Matteotti, che si tenne a Chieti novant’anni fa, avvalorino una terza ipotesi di movente. Quello di una guerra tra industriali dietro il delitto che rischiò di far cadere il fascismo. Ma è una pista che può scatenare la reazione degli storici perché, di fatto, esclude la figura chiave dal delitto, quella di Mussolini. In altre parole sarebbe una tesi revisionista. A meno che Benegiamo non trovi altri documenti, magari nel fondo Perrone a Genova.
Per ora e comunque, il bibliotecario teatino entra in punta di piedi in quella tragica vicenda che ha segnato la storia d’Italia. Il processo agli assassini di Giacomo Matteotti, che si tenne in Chieti in corte d’Assise nel marzo del 1926, cavalcò la tesi del delitto politico. Matteotti venne eliminato da un gruppo di squadristi il 10 giugno del 1924, dopo aver denunciato alla Camera dei deputati brogli alle elezioni che, ad aprile, avevano sancito la vittoria di Mussolini. Ma quel processo è anche passato alla storia come una farsa, perché non portò sul banco degli imputati il mandante politico, Benito Mussolini. Più accreditata è la seconda ipotesi di movente, quella delle tangenti per le concessioni petrolifere in Libia alla Sinclair Oil che tirano in ballo Arnaldo Mussolini, fratello del duce e amico di Filippo Filippelli, direttore del Corriere Italiano, giornale vicino al regime, che affittò la Lancia Trevi usata per rapire Matteotti e sulla quale l’avversario numero uno di Mussolini venne ammazzato. Quell’auto risultò parcheggiata nientemeno che nel cortile del Viminale. Se il discorso che Matteotti avrebbe tenuto alla Camera avesse riguardato le tangenti, Mussolini sarebbe caduto. Ma nessuno può dirlo perché, quel giorno, la borsa del deputato socialista sparì. Questa tesi è stata studiata per anni e resa attendibile da Mauro Canali, insigne storico italiano. Ma nel 90° anniversario del processo farsa, Benegiamo ripesca e mostra il verbale Perrone al Centro e a decine di studenti del Galiani-De Sterilich che ieri hanno affollato un’interessante conferenza all’Archivio di Stato (che anticipa un convegno previsto il 9 ottobre). Che cosa disse quell’8 ottobre del 1924, al presidente della sezione d’accusa Mauro Del Giudice, l’industriale della potente famiglia dei Perrone fatta fuori da un gruppo agguerrito di concorrenti dalle stanze del potere del vecchio gruppo Ansaldo? «A mio modo di vedere c’è da rilevare che fra coloro che contribuirono alla devastazione dell’Ansaldo, traendone grandiosi benefici, e i finanziatori del Corriere Italiano e di altra stampa fascista, appariscono sempre gli stessi nomi», si legge sul verbale, qui riportato testualmente, che crea subito un collegamento tra i concorrenti di Pio Perrone e del fratello Mario con Filippelli dell’auto del delitto. «Oltre un anno fa ho distribuito a tutti i deputati una memoria intitolata “la distruzione della società Giovanni Ansaldo a beneficio dei suoi concorrenti”. Ma solo Matteotti, dopo aver letto la memoria, chiese di parlare con me». Perrone incontrò Matteotti e gli consegnò il suo dossier. «Nel salutarci mi pregò di continuare a tenerlo informato, promettendomi che se ne sarebbe occupato alla Camera. Infatti continuai a spedirgli dei promemoria». Fin qui il verbale. Lo storico Canali afferma di averlo letto ma di non ritenerlo determinante. Ma se fosse questo il vero movente del delitto?

