Liberarono Chieti: l’abbraccio dopo 70 anni

Insieme ad altri parà della divisone Nembo per liberare la città di Chieti. Due ragazzi allora poco più che ventenni, uniti dallo stessa febbre di libertà, che mercoledì si sono riabbracciati. È la...
Insieme ad altri parà della divisone Nembo per liberare la città di Chieti. Due ragazzi allora poco più che ventenni, uniti dallo stessa febbre di libertà, che mercoledì si sono riabbracciati. È la storia di Donato Blaga, oggi 94 anni, stimato avvocato di Chieti, e di Pasquale Fazio che di anni ne ha 91. «Dopo la guerra ci siamo scritti e visti in qualche manifestazione» racconta Fazio, invitato a Chieti per le celebrazioni del 70° anno dalla Liberazione della città «ma erano 25 anni che non avevo più sue notizie. E sono stato felice di accettare l’invito della prefettura a partecipare a una ricorrenza così importante per la storia dell’Italia e anche per riabbracciare un vecchio amico. «In realtà ero un po’ timoroso, entrambi abbiamo una certa età. Tantissimi della nostra divisione sono morti, e quando mi hanno detto che Donato era ancora vivo sono stato felicissimo di rivederlo. Ci è scappata anche qualche lacrima» confida «ne abbiamo passate tante, ma alla fine abbiamo raggiunto l’obiettivo sperato: la libertà». Il 9 giugno, giorno della liberazione di Chieti, Fazio sarà di nuovo in città per ricevere la cittadinanza onoraria. Mentre ieri è stato invitato all’Itis per raccontare agli studente un capitolo della storia «che spesso viene omesso dai libri di testo». «È stata un’accoglienza incredibile. Nel presentarmi ho detto il mio nome, il cognome e che amo mia moglie da 62 anni. A quel punto si sono scatenati in un lungo e fragoroso applauso». Fazio parla della sua «Titina» con il trasporto di un ventenne. «Era la ragazza più bella di Macerata e lo è ancora». Poi torna sull’argomento per il quale era stato invitato. «Non tutti sanno, che la liberazione di Chieti ha rischiato di creare un grave incidente diplomatico con gli inglesi. Nel nostro programma di attacco» ricorda con una lucidità invidiabile l’ex parà calabrese «Chieti non figurava. Lo abbiamo fatto per evitare i bombardamenti annunciati per il giorno successivo. È stato il nostro comandante a rimettere a posto le cose quando ha spiegato ai generali alleati che la maggior parte dei soldati dell’esercito di liberazione era abruzzese e che da anni non avevano notizie delle loro famiglie. Fermarli, disse, mi è stato impossibile. Così, contravvenendo alle disposizioni il 9 giugno siamo arrivati a Chieti e l’abbiamo liberata dai nazifascisti. Gli studenti» insiste «erano molto attenti ed io spero di essere riuscito a fare chiarezza su un pezzo di storia italiana che viene regolarmente ignorato dai libri di testo. Lo farò finché vivrò». (y.f.)
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