Liti tra medici nel reparto «Troppo stress in corsia»

Sentenza rivela: situazioni conflittuali e ansia costante a Cardiochirurgia Annullate le dimissioni di un dottore: sono viziate dalla pressione, va riassunto
CHIETI. «Una situazione di lavoro altamente conflittuale con stato d’ansia costante». È una sentenza del tribunale del lavoro a svelare i retroscena di un reparto di eccellenza come la cardiochirurgia dell’ospedale di Chieti: in 9 pagine si parla di liti tra medici per «l’organizzazione del lavoro», di mail con insulti al primario inviate per errore che dimostrerebbero «uno stato di forte disagio emotivo» e, poi, di dimissioni forzate, cioè presentate senza «capacità di intendere e di volere».
«TROPPO STRESS». La sentenza della giudice Ilaria Prozzo contiene un principio che potrebbe creare un precedente: un dipendente affetto da «malessere psicoemotivo da distress lavoro-correlato» può ritrovarsi privato, anche temporaneamente, della propria capacità di scegliere cosa è meglio per lui. Quindi, se per contrasti di lavoro decidesse all’improvviso di lasciare l’impiego, le sue dimissioni potrebbero essere viziate da quell’«incontenibile stress» e, quindi, sarebbero da annullare. È quello che è successo al cardiochirurgo Michele Di Mauro che, il 13 aprile dell’anno scorso, si era dimesso denunciando «il perpetrarsi di una condizione di invivibilità nel reparto determinata da una vera e propria atmosfera da guerra»: il successivo 27 aprile, Di Mauro, neo componente del direttivo nazionale della Società italiana di cardiochirurgia, ha revocato le dimissioni ma la Asl non ha accettato. È stato il tribunale a reintegrare il medico condannando la Asl anche a pagare circa 10mila euro di spese legali: a quasi due mesi dalla sentenza, la Asl ha disposto il ritorno in servizio del medico dal 1° dicembre.
SBAGLIO DI MAIL. Le invidie tra i medici della cardiochirurgia – «molto simili a beghe condominiali», difficili da comprendere «in un contesto di professionisti che hanno in maggioranza superato i 40 anni», come è stato costretto ad ammettere il primario Gabriele Di Giammarco in una lettera al manager Asl Pasquale Flacco per spiegare le dimissioni del medico – escono allo scoperto quando Di Mauro scrive una mail di servizio a un collega ma inserisce anche un’offesa al primario del reparto e, per sbaglio, invia tutto proprio al suo capo. Il medico si scusa ma i rapporti precipitano e l’unica via di uscita, secondo Di Mauro, sono le dimissioni dal posto fisso. Dimissioni che la Asl accetta in una settimana e non vuole più mettere in discussione. Tanto che, due settimane dopo quando Di Mauro ci ripensa, la Asl risponde che ormai è tardi e non si può tornare indietro. Ma non è così per il tribunale.
ASL CONDANNATA. Assistito dagli avvocati Nicola Gasparro e Domenico Crescente, Di Mauro riesce a dimostrare che le sue dimissioni erano avvenute in un momento di «pressione psicologica, senza capacità di intendere e di volere». È così anche per un consulente del tribunale che, in una perizia, scrive: «Le dimissioni hanno in sostanza interrotto una evoluzione del malessere in patologia e cioè compromissione della salute». La relazione prosegue: «Non si è trattato di una scelta compiuta nella piena libertà di decidere cosa fare di un rapporto di lavoro non più conveniente ma di una decisione mirata all’ottenimento della soluzione a una condizione di stress intenso, correlato a conflittualità interpersonali che avevano trovato nell’organizzazione del lavoro il loro terreno di scontro, e dalle quali Di Mauro non aveva altro modo di difendersi se non arrivando a sottrarsi al rapporto stesso, di lavoro e interpersonale, sia pur sacrificando la propria raggiunta stabilità lavorativa».
DIMISSIONI FORZATE. Le dimissioni, dice il consulente, sono frutto «di uno stato di coercizione. Tale interpretazione è rafforzata dal fatto che il ripensamento e la richiesta di annullamento delle dimissioni siano intervenuti alcuni giorni dopo, in un clima di verosimile ritrovata serenità e sollievo personale». Il consulente sottolinea un passaggio: il medico «era stato sottoposto a una condizione di rilevante malessere emotivo che ne ha condizionato la volontà». Pertanto, dice la sentenza, le dimissioni non sono una scelta libera ma «espressione di una volontà costretta».

