Madre di 7 figli morta in ospedale La Asl deve pagare 900mila euro

4 Aprile 2022

Il giudice: «L’infezione è stata una conseguenza della gestione negligente e colpevole della paziente» I consulenti nominati dal tribunale: «La contaminazione favorita da condizioni igieniche inadeguate»  

CHIETI. Un batterio killer l’ha uccisa nel giro di neanche 24 ore. Ma la morte in ospedale di Nunzia V., 80 anni, madre di sette figli, poteva essere evitata. Secondo il tribunale di Chieti, infatti, quell’infezione presa durante il ricovero al policlinico Santissima Annunziata è stata una conseguenza della «negligente e comunque colpevole gestione della paziente». Lo scrive il giudice Nicola Valletta nell’ordinanza con cui condanna la Asl Lanciano Vasto Chieti a risarcire con 874mila euro i figli dell’anziana, originaria di Napoli, che si è spenta il 20 luglio del 2019. L’azienda sanitaria, che dovrà pagare anche le spese di lite, presenterà ricorso in appello sostenendo, come è già avvenuto in primo grado, l’assenza del «nesso causale tra l’infezione e il decesso».
Ma partiamo dall’inizio. Dal 6 luglio di tre anni fa, quando la paziente viene ricoverata al policlinico per un edema polmonare acuto. Dopo alcuni giorni, «effettuato l’inquadramento diagnostico della patologia», le condizioni dell’anziana migliorano e i parametri vitali «rientrano nella normalità», è riassunto nel ricorso presentato dall’avvocato Gennaro Ceci per i figli della donna, di età compresa tra 40 e 55 anni, residenti tra Montesilvano, Napoli, Torino, Brescia e Gravina di Puglia.
Nunzia viene trattenuta «in attesa di una coronarografia», ovvero un esame diagnostico che, grazie all’impiego di un mezzo di contrasto e dei raggi X, consente di studiare il flusso sanguigno all’interno delle coronarie. Ma l’accertamento è «più volte rinviato per diversi giorni, per ragioni di organizzazione interna dell’ospedale, pare perché non funzionante il macchinario sanitario». Finché, dopo 12 giorni di ricovero, l’80enne comincia ad avere attacchi di diarrea da clostridium difficile, infezione ospedaliera che non le dà scampo, uccidendola in meno di 24 ore dalla comparsa dei primi sintomi. Fin qui, la ricostruzione del ricovero di Nunzia.
Il caso arriva in tribunale quando i figli della paziente presentano un ricorso avviando il «procedimento sommario di cognizione», vale a dire un rito previsto dal codice di procedura civile nell’ipotesi in cui sia possibile arrivare a una decisione in modo veloce, ad esempio senza ascoltare testimoni e senza allegare un impianto probatorio corposo.
Fatto sta che, nel corso del giudizio, il tribunale ritiene necessario nominare come consulenti il medico legale Marco Gubbi e lo specialista infettivologo Marco Borderi. E la loro relazione non lascia spazio a dubbi: «L’infezione da clostridium difficile è riconosciuta dalla comunità scientifica come una infezione nosocomiale» e, nel caso di Nunzia V., «è evidente come possa essere collocata all’interno dell’ospedale per motivi temporali». Le tossine prodotte dal batterio, infatti, «hanno provocato la diarrea il 17 luglio del 2019 e hanno una incubazione di 1-2 giorni rispetto al ricovero della paziente, avvenuto il 6 luglio». E ancora: «È possibile che una insufficiente igiene della paziente (nel diario infermieristico viene indicata solo una cura igienica a letto, il 17 luglio del 2019) possa aver favorito la contaminazione batterica». I consulenti arrivano a questa conclusione: «Il decesso di Nunzia V. secondario a shock settico è correlabile con l’infezione da clostridium difficile, che va riferita a una inadeguata gestione della paziente ricoverata e alle evenienze sopra descritte e come tale costituisce una patologia da responsabilità sanitaria per imprudenza». Secondo il giudice – considerando il rapporto di parentela con la paziente e l’età della vittima – sei figli vanno risarciti con 123.500 euro ciascuno e la settima, quella più giovane, con 133.000 euro.
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