Malore durante lo sfratto dalla casa popolare

25 Ottobre 2017

Esecuzione rinviata per una vedova con figlio a carico. La Caritas vuole pagare il debito ma l’Ater rifiuta

LANCIANO. Si è sentita male quando l’ufficiale giudiziario è arrivato per sfrattare lei e il figlio dalla casa Ater dove vivono da anni. Dopo l’arrivo di medico e ambulanza, viste le difficili condizioni di salute, la donna potrà restare ancora qualche giorno nell’abitazione. Poi dovrà andare via. In strada, se non si trovano soluzioni. È il caso di M.D.I. a scuotere cuori e coscienze e far riflettere sul dramma che molte famiglie in città vivono: a un passo dallo sfratto e senza alternative, ovvero un posto dove rifugiarsi. La donna, 67 anni, vive con un figlio che non lavora, ha una piccolissima pensione e ora rischia anche di perdere la casa.
«La vicenda è iniziata mesi fa con la malattia del marito», spiega l’avvocato Maria Ida Troilo che segue la vicenda, «per pagare le cure, gli affitti si sono accumulati. Lo sfratto dall’Ater è arrivato quando l’uomo stava per morire. Avendo rinunciato all’eredità, moglie e figlio non sarebbero perseguibili neanche a livello debitorio. Ma il giudice ha stabilito che la notifica, essendo arrivata quando l’uomo era ancora in vita, valeva: mamma e figlio devono essere sfrattati». Ora si cercano soluzioni. Mentre il legale chiede all’Ater di fare un nuovo contratto alla donna, magari in una casa più piccola, la Caritas si offre di pagare gran parte del debito, con una raccolta fondi e prestiti. Ma l’Ater non accetta. «Per l’Ater», dice il direttore della Caritas Lanciano-Ortona Luigi Cuonzo, «la Corte dei Conti non accetta pagamenti a saldo e stralcio. È assurdo perché con lo sfratto non prenderebbe un solo centesimo e la famiglia finisce sotto un ponte. Qui non siamo in emergenza abitativa, è una catastrofe abitativa».
E non è un caso isolato: ci sono almeno 30 famiglie con le valigie pronte e piene di timori e tristezza, senza un tetto sotto il quale vivere. «Ci sono morosi che speculano sull’Ater e quelli che invece sono davvero in ginocchio», dice Cuonzo, «la legge va applicata ma con un briciolo di umanità. Sono due persone che chiedono una casa più piccola, il cui debito verrebbe saldato, e invece li si butta fuori. Così non si dà alla persona la possibilità di riprendersi». L’Ater ha prospettato un piano di rientro del debito di 3.200 euro da pagare subito e poi rate da 300 euro a cui sommare l’affitto. Di fronte ha una donna con una pensione minima.
«Il Comune potrebbe fare un censimento delle case sfitte e abbandonate e rimetterle a nuovo con l’aiuto della Caritas e di fondazioni», propone Cuonzo, «per darle alle famiglie che sono in ginocchio. Bisogna trovare una soluzione perché non si può vivere in strada. Caritas cerca di arrivare dove può, ma è sempre peggio. Scopriamo famiglie che sono senza corrente da 8 mesi; una è senza acqua, la prende da una fontana pubblica. I pacchi alimentari sono sempre più scarni e non bastano più. Non è solo un dramma, è una catastrofe».
Teresa Di Rocco
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