«Marfisi aveva un piano per ucciderle»

Ecco la perizia psichiatrica: «Era capace di intendere e di volere». L’assassino piange in aula. La sentenza il 6 giugno
CHIETI. Il doppio omicidio di Letizia Primiterra e Laura Pezzella poteva essere evitato? L’interrogativo è risuonato nell’aula Matteotti del tribunale di Chieti dove ieri si è svolta l’udienza del processo contro il 51enne ortonese marito della Primiterra, Francesco Marfisi che il 13 aprile 2017 ha ucciso con 26 coltellate la moglie e con altre 52 l’amica di lei. Al processo a porte chiuse davanti al giudice Isabella Maria Allieri prende la parola l’avvocato Luigi Leo, che assiste i genitori della Petrella, Giuseppe Pezzella e Silvana Barbieri: riferisce l’esito di sommarie informazioni arrivate successivamente alla chiusura delle indagini. Gliele hanno confidate nel suo studio i suoi assistiti. E cioè che «c’erano stati diversi allarmi prima degli omicidi, allarmi che avrebbero potuto essere ben percepiti per evitare che accadesse quello che è accaduto», ha sottolineato il legale, «allarmi che dovevano raccogliere gli investigatori, le forze di polizia, quelli che hanno investigato e quelli che hanno conosciuto Marfisi prima degli omicidi. La moglie si era recata altre volte dai Carabinieri per denunciare quello che il marito le faceva». La presa di posizione dell’avvocato Leo apre una serie di interrogativi: il duplice femminicidio si poteva evitare se si fosse dato corso alle denunce della Primiterra? Le stesse denunce indicano che Marfisi stesse premeditando il delitto? Sollevando l’eccezione in aula, l’avvocato Leo ha chiesto un supplemento di indagine, ma il giudice si è riservato di decidere su una possibile integrazione degli atti del processo. L’avvocato della difesa, Rocco Giancristofaro, sottolinea però a riguardo che, trattandosi di un processo con rito abbreviato, «non è possibile allegare nuove indagini». Questione, dunque, chiusa, per lui, anche perché l’aggravante della premeditazione (che viene rafforzata dalla tesi secondo cui Marfisi era stato considerato da tempo un pericolo per la moglie che si era rivolta ai carabinieri) è stata già contestata al suo cliente dal pm Giancarlo Ciani.
Accompagnato dalla polizia penitenziaria, Marfisi ieri era in aula. Ci si aspettava la conclusione del processo, che invece è stata rinviata al 6 giugno, e forse anche per questo c’erano tutti, dall’imputato alle famiglie delle donne morte. Dopo un anno di silenzio, uno dei tre figli ha voluto andare a salutare il padre prima dell’udienza. L’uomo è apparso provato. In aula ascoltava «come inebetito», riferiscono i presenti, e a tratti piangeva. Le due ore di udienza hanno visto scontrarsi i risultati delle perizie psichiatriche su di lui. Da una parte quella del tribunale affidata alla psichiatra Marilisa Amorosi, quelle delle parti civili firmate dagli psichiatri Ilaria Blaga e Nicola De Mattia e quella della procura affidata al docente della Sapienza di Roma Maurizio Marasco. Dall’altra quella della difesa effettuata da Filippo Maria Ferro. Tutte concordano che non c’è infermità mentale: Marfisi era «capace di intendere e di volere», dice Marasco. «Il reato, dunque, non è frutto di una patologia ma di uno stato emotivo passionale». Il consulente della difesa Ferro, invece, definisce la personalità di Marfisi come «borderline», dicendo che ha agito in uno stato di ira, il cosiddetto raptus, in virtù del quale non si rendeva conto di ciò che stava accadendo. Questo stato spiegherebbe anche il numero di coltellate inferto alla moglie e all’amante di lei.

