Megalò 3, la difesa cala l’asso: «E’ un’indagine doppione»

CHIETI. L’asso della difesa è racchiuso in un principio giuridico, quello del ne bis in idem. L’inchiesta Terre d’oro della procura distrettuale aquilana, 500mila tonnellate di terra e sassi...
CHIETI. L’asso della difesa è racchiuso in un principio giuridico, quello del ne bis in idem. L’inchiesta Terre d’oro della procura distrettuale aquilana, 500mila tonnellate di terra e sassi scaricate illegalmente a due passi dal fiume Pescara, è un doppione di processi in corso. Sono due gli esempi. In entrambi i casi la procura di Chieti ha già chiuso da tempo le indagini. Filippo Colanzi, l’imprenditore dell’Emoter arrestato giovedì scorso insieme a moglie e due collaboratori, è già sotto processo a Chieti per il caso del Megalò 3. Così come lo è l’odontoiatra, Carmine Rapani, che compare nell’elenco dei venti indagati e che però ha già ripristinato lo stato dei luoghi. Così, secondo i difensori, l’inchiesta sul traffico di rifiuti speciali che quattro giorni fa ha scatenato una bufera giudiziaria rischia, con il tempo, di sgonfiarsi. Cambia il titolo del reato ma le storie sono speculari. Si può essere processati due volte per lo stesso fatto? Il nostro ordinamento giuridico dice che non è possibile. Eppure accade questo, per esempio, a Colanzi, difeso dagli avvocati Marco Femminella e Giuliano Milia. Il 22 giugno 2015, l’imprenditore dovrà ricomparire, dopo l’ennesimo rinvio, davanti al giudice per il processo Megalò 3. E’ imputato in qualità di ex proprietario del terreno ceduto alla società Akka di Enzo Perilli e sottoposto a sequestro, chiesto e ottenuto dal pm, Giuseppe Falasca, già diversi anni fa. Colanzi deve difendersi sia da un reato edilizio, per aver innalzato il terreno rispetto al fiume, sia ambientale.
Inchieste che se sovrapposte, come la Sacra Sindone e il Volto Santo di Manoppello, risultano identiche. (l.c.)

