Minacce a Zingariello, spunta impronta sulla lettera anonima
CHIETI. Le impronte digitali di uno dei due colleghi di lavoro da cui Lucia Zingariello sarebbe stata minacciata di morte sono state trovate su una delle buste contenenti le missive minatorie. Ma di...
CHIETI. Le impronte digitali di uno dei due colleghi di lavoro da cui Lucia Zingariello sarebbe stata minacciata di morte sono state trovate su una delle buste contenenti le missive minatorie. Ma di per sé questo non prova che chi ha toccato quella busta sia anche la persona che ha minacciato l’ex segretaria dell’ex assessore regionale alla cultura, Luigi De Fanis. È quanto emerge dalla chiusura dell’incidente probatorio di ieri al cospetto del giudice Luca De Ninis che aveva affidato l’esame dattiloscopico delle buste ad un esperto del Ris per vedere se c’erano le impronte digitali dei due colleghi che la Zingariello ha individuato come i mandanti delle minacce. Uno dei due ha lasciato effettivamente l’impronta del proprio pollice e del proprio indice su uno dei tre involucri, ma una volta sola e in un angolo dell’involucro. Ciò significa solo che almeno per un attimo quella busta è finita nelle sue mani. L’avvocato della difesa, Alessandra Supino, sta però valutando la possibilità di richiedere un ulteriore esame dattiloscopico anche sul contenuto della busta, perché il fatto che le impronte si trovino solo sulla parte esterna apre un ventaglio di ipotesi. Alla difesa fa pensare, ad esempio, che la busta possa provenire da un ufficio di lavoro dove del materiale cartaceo venga spostato da una parte all’altra da chiunque. La Zingariello, imputata nell’inchiesta sulle tangenti per gli eventi culturali, ha raccontato di aver trovato le minacce di morte chiuse in tre lettere lasciate sul parabrezza della sua auto parcheggiata davanti alla clinica privata teatina dove è tornata a lavorare dopo lo scandalo che ha travolto De Fanis. Oltre alle lettere la donna avrebbe ricevuto pure telefonate minatorie da parte di uno sconosciuto. Di qui il ricorso in Procura e l’accusa nei confronti di due colleghi, un cardiologo e un tecnico di cardiologia, difesi dagli avvocati dello studio Supino e da Marco Femminella.(a.i.)

