«Mio marito ora è in carcere: è una liberazione. Donne, ribellatevi al primo schiaffo»

L’intervista all’ex moglie di Roberto Salute, arrestato per tentato omicidio: «Giustizia è fatta. Non potrò mai perdonarlo, in galera dovrà pulirsi l’anima»
CHIETI. «Per me è una liberazione. Non potrò mai perdonarlo». Marina Salute, 52 anni di Torrevecchia Teatina, si lascia alle spalle ogni tormento e lancia un messaggio alle vittime di violenza di genere nel giorno in cui il marito Roberto Salute (i due hanno lo stesso cognome), 58 anni, viene arrestato dai carabinieri della stazione di Chieti Principale e rinchiuso nel carcere di Madonna del Freddo, all’indomani della condanna definitiva a dieci anni di reclusione per il tentato omicidio della coniuge, accoltellata in casa la sera del 18 gennaio 2022 e salva per miracolo dopo tredici ore di intervento chirurgico e una lunga convalescenza. Parla senza filtri, Marina: accetta di rispondere alle domande del Centro, libera il suo cuore dalle paure e si rivolge a chi non ha avuto ancora il coraggio di ribellarsi.
Dieci anni di carcere rappresentano una pena giusta?
«Cercavo giustizia e l’ho trovata: non chiedevo altro, perché è giusto che lui paghi per ciò che ha fatto. Pensare di togliere la vita a un’altra persona è intollerabile: gli autori di tutti i femminicidi meriterebbero l’ergastolo. Per lui andare in carcere può essere finalmente l’occasione per riflettere su se stesso: deve pulirsi l’anima. In passato ne ha fatte tante, l’accoltellamento è stato solo l’ultimo episodio».
A cosa si riferisce?
«È stato sempre padre e padrone. La giustizia ha cercato di farsela da solo, in base alle sue convinzioni, senza pensare alle conseguenze. Basti pensare che, per tanti anni, non ha parlato neppure con la madre e con il fratello».
Roberto ora è in cella: lei che sentimento prova?
«Non riesco ad avere compassione. Prima dell’udienza in Cassazione, sono stata male per due giorni: mi facevo mille domande. Il mio avvocato, Laura Tammaro, è stata importantissima: non mi ha lasciata mai sola, soprattutto a livello umano, fin dal giorno dell’accoltellamento. Dopo la sentenza, mi sono sentita sollevata, finalmente tranquilla. Perché io non ho nessuna colpa: ciò che è successo lo ho voluto solo ed esclusivamente lui. Mi ha chiesto scusa, più di una volta, ma non avrà mai il mio perdono: io gliel’ho detto chiaramente, quando è venuto in ospedale. Ma, al tempo stesso, non riuscirò mai a odiarlo, perché siamo stati sposati per 32 anni e resta il padre dei miei figli. Mi auguro che, un giorno, riesca a perdonarsi da solo».
Qual è il vero motivo dell’accoltellamento?
«Eravamo sul punto di separarci, ma quella sera non abbiamo litigato. Dopo cena, io mi sono fatta la doccia e ho sistemato nostro figlio disabile. Lui mi ha chiesto di andare a letto, però io non ho voluto. Due o tre giorni prima, lo avevano avvisato che io ero in possesso di una registrazione in cui mi minacciava dicendo che mi avrebbe ammazzata. Credo che si sia reso conto che era nei guai e ha pensato: niente per me e niente neanche per te. Ecco perché ha deciso di uccidermi».
In 32 anni di matrimonio, cosa le ha fatto più male?
«Io mi sono sempre dedicata alla famiglia e alla casa, occupandomi notte e giorno di nostro figlio, mentre lui se ne lavava le mani. Ci siamo fidanzati quando io avevo 16 anni, a 18 mi sono sposata: siamo cresciuti insieme. Ma mi ha sempre denigrata. Quando mi facevano i complimenti o qualcuno gli diceva che aveva una moglie stupenda, lui si infastidiva e si ingelosiva: mi diceva che ero una prima donna, che in realtà non capivo niente, che ero stupida, che ero ignorante. Era un uomo dai due volti: quando era in compagnia, si comportava bene; nelle mura domestiche, diventava una bestia e mi picchiava. Tutti sono rimasti sotto choc per ciò che ha fatto».
Perché non lo ha denunciato prima?
«Mi ricattava. Mi diceva che, se avessi raccontato a qualcuno delle botte, mi avrebbe ammazzata. Ho deciso di lasciarlo nel momento in cui sono diventata amministratrice di sostegno di nostro figlio disabile: potevo prendere decisioni in autonomia anche su di lui».
Quale consiglio si sente di dare a chi sta vivendo il dramma dei maltrattamenti domestici?
«Alle donne vittime di violenza dico di ribellarsi già dopo il primo schiaffo, di denunciare subito, di non sentirsi in colpa, di non tollerare nel modo più assoluto nessun gesto di violenza. Prendete il mio caso: io il primo schiaffo dal mio ex marito l’ho preso quand’eravamo ancora fidanzati. Già allora avrei dovuto lasciarlo».

