Moglie suicida: marito rinviato a giudizio

Coniuge accusato di omicidio colposo: non custodì adeguatamente la sua pistola usata dalla donna per togliersi la vita
ORTONA. Quasi due anni fa la tragedia. Un colpo di pistola contro sé stessa. Questa volta andato a segno, rispetto a quelli esplosi sempre da lei due mesi prima nell’abitazione di famiglia. Anche in passato pare che lei avesse manifestato l’intenzione di suicidarsi dicendo che non ce la faceva più e che voleva buttarsi a mare. Ma quel giorno fu determinata fino in fondo in quel gesto. Era il pomeriggio del 6 giugno 2016 e nella villetta di famiglia, in località Ripari Bardella, quasi al confine con San Vito Chietino, regnava la tranquillità più assoluta. Ma Vincenza Verna non era in pace, innanzitutto con se stessa. Chi l’ha conosciuta la ricorda come una persona molto socievole, aperta, ma anche tanto emotiva. Da anni lavorava all’ospedale Bernabeo di Ortona come infermiera: era stata anche caposala. Sposata, aveva due figlie gemelle.
Per quel suicidio ora ne deve rispondere penalmente il marito, Bruno Monaco, 57 anni, di Ortona. L’uomo è accusato dalla Procura di Chieti di omicidio colposo: sarà processato dal tribunale il 6 giugno 2019 e per questo si avvarrà della difesa dall’avvocato Tommaso Cieri, anche lui di Ortona. Nel giudizio si è costituita parte civile Aurora Di Nucci, originaria di Gissi e madre di Vincenza Verna, che ha chiesto il risarcimento dei danni per 600mila euro. La suocera di Monaco è rappresentata dagli avvocati Giovanni Mangia e Sabrina Lisio, entrambi del Foro di Pescara.
Secondo l’accusa formulata dal sostituto procuratore di Chieti, Giuseppe Falasca, e ribadita dal Gup Luca De Ninis che ha rinviato a giudizio Bruno Monaco, l’imputato «per colpa consistita in imperizia, imprudenza e negligenza in particolare per avere omesso di custodire adeguatamente la pistola revolver calibro 38 Ruger e i proiettili per il munizionamento», soprattutto dopo che la moglie che aveva accusato alcuni disturbi di una certa gravità e nonostante avesse manifestato l’intenzione di togliersi la vita, «non si disfaceva dell’arma e non adoperava ulteriori accorgimenti per impedire che la coniuge potesse nuovamente entrarne in possesso, lasciando la pistola in una cassaforte la cui combinazione era nota ai familiari e le munizioni nel locale adibito a bagno che era in suo uso ma aperto a tutti, cagionando il decesso della moglie».
Il marito deve rispondere anche di violazione della legge 110 del 1975 sul controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi perché «la custodia della pistola e dei proiettili non erano assicurati con ogni diligenza in quanto l’arma era riposta in una cassaforte la cui combinazione era nota a tutti i membri della famiglia inclusa la moglie Vincenza».
Per Bruno si tratta del rinvio a giudizio e ciò di cui è accusato deve essere ancora dimostrato in sede di processo.
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