Morì per le cure in ritardo Asl condannata a risarcire

1 Febbraio 2015

Il decesso di un pensionato nel 2009 dieci ore dopo l’ingresso nell’ospedale Il giudice riconosce alla mogli e ai tre figli danni per 509mila euro

VASTO. «Terapia inadeguate, sottovalutazione della sintomatologia e ritardi. Un’azione chirurgica tempestiva avrebbe impedito l’insorgenza di complicanze che si sono rivelate fatali». In poche parole un caso di malasanità. A queste conclusioni è giunto il tribunale che al termine di una lunga e complessa attività istruttoria ha condannato la Asl al risarcimento dei danni, per un ammontare di 509 mila euro, in favore degli eredi (moglie e tre figli) di un pensionato di Vasto morto il 28 maggio 2009 a distanza di dieci ore dall’ingresso in ospedale. Un decesso che per il giudice Stefania Izzi è «riconducibile al comportamento degli operatori sanitari, i quali, per colpa derivante da negligenza o imprudenza, omettevano di valutare con tempestività e con la dovuta diligenza le condizioni del malato».

A trascinare in giudizio la Asl, che ha escluso qualsiasi responsabilità a carico dei medici del presidio ospedaliero, sono stati la moglie e i figli del settantenne, assistiti nella causa dell’avvocato Edy Biasone. Nell’atto di citazione depositato in tribunale, il legale ha ricostruito le ultime ore di vita del pensionato rimasto lucido fino alla fine, anche se in preda a fortissimi dolori. L’uomo venne accompagnato dai familiari al Pronto soccorso per un malore diffuso associato alla comparsa di brividi di freddo e perdita di coscienza che aveva indotto il medico di guardia a prescrivere la tachipirina. In ospedale veniva sottoposto ad una serie di esami (lastra, consulenza chirurgica, Tac addome) e solo in seguito veniva disposto il ricovero nel reparto di Chirurgia che avveniva a distanza di dieci ore dall’entrata in Pronto soccorso. Il decesso, avvenuto alle 16,25 del 28 maggio 2009, veniva attribuito ad una «occlusione intestinale».

Il giudice, che si è avvalso della consulenza tecnica di Paolo Mescia, direttore del servizio di Gastroenterologia ed endoscopia del Centro polispecialistico Potito di Campobasso, è giunto ad altre conclusioni. «I sanitari dell’ospedale di Vasto avrebbero potuto e dovuto intervenire chirurgicamente in maniera più sollecita», scrive la Izzi nella sentenza, «e non a distanza di 9 ore dalla prima formulazione di “sospetto addome acuto” da parte dei medici del Pronto soccorso, e a 6 ore e mezzo dalla radiografia che aveva rivelato la presenza di livelli idro aerei».

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