Morì per un’infezione a 59 anni: la Asl deve pagare un milione

La donna perse la vita all’ospedale di Pescara dopo essere stata sottoposta a una coronarografia L’azienda perde il ricorso in appello, decisiva una perizia: «Il catetere non era perfettamente sterile»
LANCIANO . Dopo dieci anni di dolore, tribunali e perizie si chiude la storia della 59enne frentana morta nel gennaio 2013 per un’infezione batterica presa in seguito a una coronarografia fatta all’ospedale civile di Pescara. Il marito e i tre figli della donna, assistiti dalle avvocatesse Daniela Frini e Maria Ida Troilo, hanno visto confermare dalla Corte d’appello dell’Aquila la sentenza civile di primo grado del giudice Massimo Canosa che, nel dicembre 2019, riconobbe la responsabilità professionale dalla Asl di Pescara nella morte della donna, e condannò l’azienda al risarcimento danni di 1.015.740 euro.
LA STORIA
La 59enne fu ricoverata il 24 gennaio 2013 a Pescara per una coronarografia. L’esame fu fatto il 25 gennaio tramite accesso femorale. La sera la donna avvertì dolori lancinanti alla gamba. Il personale ospedaliero, come rilevato nelle perizie, si sarebbe limitato ad allentare il bendaggio; non fece alcun esame del sangue, una profilassi antibiotica essendo la gamba rossa, calda e gonfia. La mattina seguente la 59enne venne accompagnata in bagno. Qui avvertì un capogiro, cadde a terra e morì. Sconvolti dall’inaspettata tragedia, i familiari si rivolsero alla Procura di Pescara per far luce sulla vicenda.
LA SENTENZA
La storia portò ad anni di cause, perizie e a un dolore sempre vivo per i familiari fino alla fine di dicembre 2019, quando il giudice Canosa ritenne dimostrata la responsabilità civile dell’Asl di Pescara per la morte e accolse le richieste di risarcimento formulate dalle avvocatesse Frini e Troilo di 272.745 euro a testa per il marito e un figlio convivente, e 235.125 euro a testa per gli altri due figli per un totale di 1.015.740 euro.
L’APPELLO
Ma l’Asl ha impugnato la sentenza per «violazione o falsa applicazione della prova nel processo civile» e per la quantificazione del risarcimento. A farla da padrone sono state le perizie per accertare se c’era un nesso tra coronarografia e morte: furono ben 5, tre quelle affidate dai tribunali e due di parte. E a dare il via al processo civile nel 2014 (il fronte penale venne subito chiuso con l’archiviazione della Procura di Pescara) è stata proprio la perizia di parte della famiglia, dell’anatomopatologo Domenico Angelucci, che disse che il decesso «era dovuto ad una batteriemia multiorgano scatenata dalla coronografia e dalla non perfetta sterilità del catetere introdotto nell’arteria femorale che provocò una fatale aritmia». Stesso risultato ottenuto dal medico legale del tribunale Enrico Catarinozzi, la cui relazione è stata analizzata anche dalla Corte assieme ad altre due perizie. Catarinozzi rilevò il nesso tra catetere non sterile e morte per setticemia, e i mancati controlli pre e post esame: «È stata una disseminazione batterica (da pseudomonas aeruginosa, batterio che si trova negli ospedali e che può colpire soprattutto i pazienti più debilitati, ndc) che ha causato lo scompenso cardiaco aritmogeno». Respinto anche il ricorso sul risarcimento: l’azienda dovrà pagare 1.015.740 alla famiglia che dopo 10 anni può almeno chiudere il capitolo giudiziario legato a un dolore che non scomparirà mai.
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