Morta in ospedale a 48 anni, i medici finiscono sotto accusa

16 Dicembre 2020

Il giudice dice no all’archiviazione per il caso della paziente di Vasto deceduta dopo una endoscopia «L’esame fu solo dannoso, la donna andava subito operata: sciatta negligenza da parte dei sanitari»

CHIETI. Due medici dell’ospedale di Ortona finiscono sotto accusa per la morte di una paziente di 48 anni. Elisabetta Gonnella, residente a Vasto e originaria di Pavia, si spense il 18 settembre del 2018 dopo una endoscopia. Il giudice del tribunale di Chieti Andrea Di Berardino ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura disponendo l’imputazione coatta per il reato di omicidio colposo aggravato. Non solo: lo stesso giudice ha ordinato al pubblico ministero di iscrivere nel registro degli indagati anche i due medici dell’ospedale di Vasto che, per primi, hanno avuto in cura la donna. «Se Gonnella fosse stata operata senza quella preliminare procedura endoscopica e con un previo trattamento antibiotico», è scritto nell’ordinanza, «certamente la situazione non sarebbe precipitata in quel modo e la morte sarebbe sicuramente avvenuta in epoca posteriore e in modo meno sofferente e cruento». A costituirsi parte civile, opponendosi alla richiesta di archiviazione, sono stati il fratello, il compagno e lo zio della donna, assistiti dagli avvocati Goffredo Tatozzi, Cristiana Valentini e Massimo Romano.
IL RICOVERO Per ricostruire la vicenda, bisogna tornare indietro di oltre due anni. La paziente arrivò all’ospedale di Vasto il 7 settembre del 2018: la diagnosi era di «subocclusione intestinale». Dopo una prima endoscopia, il piano operativo adottato dai chirurghi vastesi, scrive il giudice, «fu di “osservazione”, né alla paziente venne somministrata terapia antibiotica».
IL TRASFERIMENTO Poi, un medico del San Pio prese contatti con il reparto di Endoscopia Digestiva di Ortona (da qui la competenza della procura di Chieti) «affinché la donna fosse sottoposta a un’ulteriore endoscopia, stavolta però corredata dal posizionamento di una protesi colica. Tale operazione – che fu evidentemente condivisa dai due medici ortonesi, che la eseguirono, senza minimante esplorare il quadro clinico obiettivo – è stata invece ritenuta inadeguata dai consulenti del pm e delle persone offese, alla luce dalla chiara infruttuosità del primo tentativo endoscopico, della persistenza del grave e “sottovalutato rischio subocclusivo” e di dati che imponevano, al contrario di quanto compiuto dagli indagati, una tempestiva gestione chirurgica».
LE ACCUSE Secondo il giudice, quindi, la perforazione dell’intestino e lo spostamento dello stent «si pongono pacificamente come il fatale evento conseguenza della seconda endoscopia, da cui si innescò il progressivo peggioramento delle condizioni cliniche della paziente, la quale, in stato di coma, fu poi trasferita nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Lanciano, che nulla poté di fronte a una “sindrome da insufficienza multiorgano”, che determinò, in ultimo, un arresto cardio-respiratorio irreversibile e la morte».
LE CONCLUSIONI Il decesso, si legge sul provvedimento, «naturalisticamente provocato dai sanitari ortonesi, in indiscutibile cooperazione colposa con quelli vastesi, fu tutt’altro che imponderabile, essendo stato il frutto di una pratica medica che, in deliberato e gravissimo contrasto col dato clinico e strumentale che la relegava nell’area del trattamento quasi temerario, non risolutivo e per di più dannoso, ha avuto un esito programmaticamente infausto, viepiù in assenza di un consenso effettivo e attuale della paziente». Per il giudice, la conclusione è che gli indagati «hanno sottoposto la paziente, con sciatta negligenza, a un esame totalmente sconsigliato, in quanto già effettuato più volte e da ultimo il giorno prima con marcato insuccesso». I medici vastesi, invece, «omisero di intervenire, tempestivamente e diversamente, sulla subocclusione intestinale, preferendo trasferire la paziente a Ortona per l’ennesima endoscopia, dando avvio a una esiziale triangolazione Vasto-Ortona-Lanciano, così riducendo le chances di salvezza di Elisabetta Gonnella». Entro dieci giorni, dunque, il pm dovrà formulare l’imputazione.
LA DIFESA Gli indagati, difesi dall’avvocato Francesco De Cesare, hanno sempre respinto le accuse, sottolineando «la non configurabilità di alcuna condotta commisiva o omissiva in quanto vennero rapidamente organizzate in sala operatoria le manovre utili alla salvaguardia della vita della paziente».