Morta per le botte, indagata la sorella

Il pm: «Lunella Civitarese ha usato violenza fisica nei confronti della vittima». Ora rischia una condanna da 12 a 24 anni
CHIETI. Maltrattamenti in famiglia aggravati dalla morte della vittima. È il reato contestato dalla procura di Chieti a Lunella Civitarese, 75 anni di Ortona, accusata di aver provocato il decesso della sorella Valentina, di tre anni maggiore, malata di demenza senile e spirata all’ospedale di Lanciano l’11 febbraio 2022. Il pubblico ministero Giancarlo Ciani ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto prodromico alla richiesta di processo. La donna, codice penale alla mano, rischia una condanna da 12 a 24 anni di carcere.
LE ACCUSE
L’indagata, come ricostruito dall’accusa, ha ospitato la sorella nella propria abitazione al civico 151 di Villa Rogatti, zona periferica di Ortona, fin da marzo 2020. Secondo il pm, Lunella «poneva in essere nei confronti della sorella maltrattamenti e, segnatamente, usava violenza fisica nei confronti della stessa». Lunella, dunque, non voleva uccidere. Ma, in base alla tesi accusatoria, il decesso è direttamente riconducibile alle botte.
LA RICOSTRUZIONE
La mattina del giorno della tragedia Valentina Civitarese, in uno stato di semincoscienza, è stata trasportata con un’ambulanza al Renzetti di Lanciano dopo la telefonata fatta al 118 dai familiari. La paziente è stata sottoposta a una serie di esami e i medici le hanno riscontrato traumi e lesioni a livello toracico. L’anziana è stata poi ricoverata in terapia intensiva. In un primo momento, era stato preso in considerazione anche un suo trasferimento al Santissima Annunziata. Ma le condizioni di Valentina sono precipitate velocemente, fino al decesso. Il quadro clinico con cui la paziente è giunta in ospedale, però, ha insospettito chi l’ha presa in cura ed è quindi scattata la segnalazione alla polizia. Dall’autopsia e dai successivi studi dei medici Pietro Falco e Luigi Capasso è emerso che Valentina è morta per «insufficienza multi organo da sepsi secondaria a un ematoma», causato «da fratture plurime della gabbia toracica non sincrone, cioè appartenenti ad almeno due gruppi di episodi succedutisi nel tempo». Quelle fratture «sono riconducibili, con elevata probabilità logica, a cadute in piedi da un’altezza inferiore a due metri (pur in assenza di tracce traumatiche agli arti inferiori)» e a «eventi traumatici non accidentali, quali compressioni e/o spinte contro la gabbia toracica da parte di terzi (in assenza di ecchimosi ed escoriazioni superficiali)». A condurre l’inchiesta sono stati i poliziotti della squadra mobile di Chieti.
LA DIFESA
L’indagata – assistita dall’avvocato Domenico Gianluca Travaglini – ha sempre respinto le accuse. Peraltro, secondo la difesa, l’autopsia non ha evidenziato segni di maltrattamenti.
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