Morto dopo l’operazione, ricorso per l’archiviazione

1 Febbraio 2020

Vasto. Dal gup il caso Di Nardo, deceduto a 67 anni dopo l’intervento di ernia La Procura scagiona 13 medici ma la famiglia si oppone alla richiesta   

VASTO. La Procura ha chiesto l'archiviazione per tutti gli indagati. Martedì sarà il gup Fabrizio Pasquale a decidere se confermare la decisione o accogliere il ricorso presentato dall’avvocato Enrico Valentini che rappresenta la parte civile. Approda in tribunale la triste vicenda di Lorenzo Di Nardo, 67 anni, di Fresagrandinaria, il paziente morto dopo un’operazione di ernia. Stando alle conclusioni della perizia firmata del medico legale Pietro Falco e dal collega Raffaele Visini, le cure per Di Nardo furono congrue. Di Nardo morì a distanza di due giorni da un’operazione di ernia eseguita all’ospedale San Pio. Una morte che i familiari non accettarono e sulla quale la Procura aprì un fascicolo indagando tredici medici. Ad assistere la famiglia Di Nardo, che si è costituita parte civile, è l’avvocato Valentini di Roma. La perizia fu eseguita da un pool di anatomopatologi. Accanto a Pietro Falco c’era il chirurgo Raffaele Visini e altri sei consulenti incaricati dagli indagati di assistere all’esame medico legale.
In base alle conclusioni della perizia di parte, dall’esame non sarebbe emerso nulla di riconducibile a una conseguenza letale. Gli esami istologici non accusano i medici indagati. E non solo. Quando Di Nardo morì la Tac era rotta. «Anche se lo strumento era rotto nell’effettuazione della Tac addominale non ha influito sul decorso clinico e dunque sulla morte del paziente», spiega un passaggio della perizia.
Un pool di avvocati assiste gli indagati. L’avvocato Valentini non la pensa allo stesso modo e annuncia battaglia. «I familiari di Di Nardo sono indignati più che sorpresi dalla risposta al quesito peritale», si legge nel ricorso all’archiviazione.
Le parti offese hanno conferito incarico di una perizia al dottor Sandro Leonardi e a confutazione dell’elaborato peritale dei consulenti del pm, Leonardi è arrivato a conclusioni opposte, evidenziando una sostanziale responsabilità almeno di alcuni tra gli indagati. Quantomeno dal punto di vista della negligenza e della imprudenza. Quello di Lorenzo Di Nardo avrebbe dovuto essere un intervento di routine. Una banale ernia. L’operazione sembrava perfettamente riuscita. Tre ore dopo il 67enne, ricoverato in day surgery, era a casa. I problemi arrivarono qualche ora dopo: ricomparvero i dolori. Fu necessario un nuovo ricovero. Tutto inutile. L’autopsia ha stabilito che la morte fu provocata dalla perforazione della parete posteriore del colon che determinò un’infezione che fu difficile da diagnosticare perché erano assenti i segnali clinici specifici dell’infezione: febbre e leucocitosi che avrebbero potuto allarmare i medici.
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