Morì durante il calcetto, inchiesta archiviata

Per il gip del tribunale di Vasto non ci sono responsabili nel decesso di Christian Cerbone, 19 anni
SAN SALVO . «I soccorsi sono stati tempestivi, efficaci e congrui». Il gip del tribunale di Vasto, Anna Rosa Capuozzo, ha respinto il ricorso presentato dai genitori di Christian Cerbone, il 19enne morto il 9 maggio 2019 durante una particella di calcetto a San Salvo e disposto l'archiviazione del procedimento che vedeva indagati sette operatori sanitari. «Per ben due volte dopo l'inaspettato collasso», ha scritto il giudice, «l'attività elettrica cardiaca è risultata inefficace con un ritmo non defibrillabile, condizione di assoluto e irreversibile arresto cardiocircolatorio. I consulenti hanno ritenuto congruo il tempo trascorso in ambulanza. Il trasporto è stato tempestivo. Christian Cerbone era cosciente e nulla faceva supporre la presenza della patologia cardiaca che ha determinato l'ischemia. Il defibrillatore è stato utilizzato sull'ambulanza ma il ritmo cardiaco non era defibrillabile. Quanto al ricovero al pronto soccorso le terapie sono state adeguate».
Il giudice Capuozzo analizzando le perizie ha quindi ritenuto non ci siano stati comportamenti colposi. La drammatica vicenda giudiziaria è stata quindi chiusa. Soddisfatti gli avvocati Arnaldo e Francesco Tascione. «Comprendiamo», dicono i due avvocati, «il dolore dei genitori del ragazzo ma tutti i medici e gli operatori che si sono occupati di lui hanno fatto il possibile per salvarlo».
Fondamentali sono stati gli accertamenti eseguiti al Policlinico di Bari sul Dna e sui campioni biologici di Cerbone. I periti hanno verificato che i soccorritori hanno fatto il possibile per salvare il giovane. Stando al parere del professore Gaetano Thiene, ordinario di Anatomia patologica all'Università di Padova, se sull'ambulanza che trasportava Christian «ci fosse stato un defibrillatore, il ragazzo si sarebbe potuto salvare. La mancanza del defibrillatore sarebbe stata una grave lacuna». Ma il gip non è d’accordo. «Il defibrillatore automatico», scrive il giudice Capuozzo, «è stato utilizzato a bordo dell'ambulanza ma non consentiva di erogare scariche elettriche a causa del ritmo cardiaco non defibrillabile».
La consulenza della Procura fatta dal professore Francesco Introna, ordinario di Medicina legale all’Università di Bari e dal cardiopatologo Andrea Marzullo, del Dipartimento dell’emergenza e dei trapianti dell’università Aldo Moro del capoluogo pugliese, è stata ritenuta precisa e puntuale. Sette medici tirano ora un sospiro di sollevo. I loro legali, gli avvocati Arnaldo Tascione, Francesco Tascione, Antonello Federico Squartecchi e Luciano Di Felice, sono più che soddisfatti.
Cristian morì pochi giorni prima di partire per l'Esercito. Giovane e di sana e robusta costituzione, non sembrava certo in pericolo di vita. Per questo la famiglia non può rassegnarsi alla sua morte e ha chiesto ulteriori accertamenti per verificare se davvero sia stato fatto tutto il possibile per salvarlo. (p.c.)
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