Morì nell’esplosione della villetta: due condannati dopo dieci anni

Inflitte le pene di un anno e 4 mesi per il crollo: «La responsabilità è di chi realizzò l’impianto a gas» Ma la prescrizione cancella il reato di omicidio colposo. Il dolore della famiglia di Anna Rita Del Ponte
CHIETI. Dopo quasi dieci anni dalla tragedia, arrivano due condanne per l’esplosione della villetta di San Salvatore in cui morì Anna Rita Del Ponte. Secondo il tribunale di Chieti, dunque, ci sono responsabilità dietro il disastro del 23 novembre 2013, costato la vita alla storica segretaria dell’ufficio legale Rocchetti, 57 anni. Ieri pomeriggio, il giudice Enrico Colagreco ha inflitto un anno e quattro mesi di reclusione ciascuno (pena sospesa), per il reato di crollo colposo, ai teatini Giuseppe Serra, 55 anni, e Francesco Esposito, 69 anni, rispettivamente titolare della ditta, nonché realizzatore materiale dell’impianto a gas, e il responsabile tecnico della stessa azienda. Per il reato di omicidio colposo è stato dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Il risarcimento dei danni nei confronti dei familiari della vittima sarà quantificato in separata sede. Il pm d’aula Natascia Troiano aveva chiesto, per entrambi gli imputati, la pena di 4 anni.
IL DOLORE DEI PARENTI
«Il tempo sbiadisce il dramma di una famiglia e rende anacronistica la responsabilità», dice l’avvocato Marco Femminella, che ha assistito Federica Cicalini, la figlia di Anna Rita. «È un evento tragico che ha distrutto la vita di più persone. Chi doveva curare e rispettare le regole nella realizzazione di un’opera costituita da elementi di pericolo, ovvero l’impianto a gas della villetta, lo ha fatto con incuria. Per evitare la morte di Anna Rita, sarebbero bastati al massimo 20 euro, ovvero il costo che la ditta avrebbe dovuto sostenere per mettere la guaina al tubo. Questa leggerezza è costata la vita a una madre di famiglia». Anche Glauco Del Ponte, il fratello della vittima, difeso dall’avvocato Orsola Pierantoni, si è costituto parte civile.
LO SCOPPIO
L’esplosione avvenne di mattina. E la villetta, di due piani, fu investita dall’onda d’urto quando la povera Del Ponte si trovava in cucina. Al piano superiore c’era la figlia Federica, allora 29enne, che dormiva. Svegliata dall’esplosione, la ragazza aveva urlato una sola parola: mamma. La donna era agonizzante, sotto cumuli di mattoni, al piano di sotto. Inutili i soccorsi del 118, Del Ponte morì mentre la trasportavano al pronto soccorso del policlinico.
LA CAUSA DEL DISASTRO
È un buco non più grande della punta di un trapano o di un foro di proiettile. È minuscolo. Ma i suoi effetti sono stati devastanti. Da quel piccolo buco uscì il gas che saturò la taverna della villetta trasformandola in una bomba. Bastò un clic sull’interruttore della caldaia del riscaldamento per far esplodere quella bella casa.
LE ACCUSE
Secondo la procura, i due imputati, «per colpa, dovuta a negligenza e imperizia nell’esecuzione dell’opera», hanno provocato il crollo dell’intero immobile. In particolare, fu Serra a realizzare l’impianto di gas e le relative tubazioni. Un lavoro, dice l’accusa, non eseguito «a regola d’arte». In particolare, «all’atto della predisposizione dell’impianto, che prevedeva tubazioni sotto terra, è stata omessa la realizzazione di una camiciatura delle stesse, in modo da isolarle». A causa di questa mancanza, ricostruisce il pm, «si formava per elettrolisi un’ossidazione galvanica che determinava fuoriuscita di gas che, riempita una stanza ove era posizionata un’autoclave, cagionava con una scintilla l’innesto dell’esplosione con conseguente crollo dell’abitazione». Ed è così, secondo la procura, che sarebbe saltata in aria la casa in quella maledetta mattina di sabato su una delle colline con la più bella vista sul centro abitato di Chieti. Sempre in base alle accuse, «Esposito, dal canto suo, cooperava in tale condotta rilasciando, quale responsabile tecnico dell’impresa, certificazione di conformità datata 25 novembre 2004, che, al contrario, mai avrebbe dovuto essere rilasciata proprio per la mancata realizzazione dell’impianto a regola d’arte».
LA DIFESA
L’avvocato Vittorio Supino, difensore di Serra ed Esposito, presenterà ricorso in appello: «Non si può assolutamente risalire alla responsabilità degli odierni imputati. Nel corso degli anni, infatti, sono state realizzate da altre persone ulteriori opere strutturali sul tubo, che è stato incassonato in un massetto di cemento». Le motivazioni della sentenza saranno depositate dal giudice entro 90 giorni.
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