Morì per un’infezione: maxi risarcimento

L’azienda dovrà sborsare oltre un milione di euro agli eredi di una 59enne deceduta nel 2013 in seguito a una coronarografia
LANCIANO. Morì nel gennaio 2013 per una infezione batterica presa in seguito a una coronarografia fatta all’ospedale di Pescara. Dopo quasi 7 anni di cause, 5 perizie mediche, tre giudici diversi ad analizzare il caso, la famiglia della vittima, 59 anni, avrà un risarcimento danni di 1.015.740 euro. Il giudice del tribunale di Lanciano, Massimo Canosa, ha riconosciuto la responsabilità professionale dalla Asl di Pescara nel decesso. Soldi che non riporteranno in vita la donna ma che danno un senso di giustizia, rilevano un errore dell’ospedale che non dovrà più ripetersi. Nella sentenza, che condanna la Asl anche al pagamento delle spese processuali per 57.000 euro, il giudice ha ricalcato le richieste di risarcimento fatte dagli avvocati Daniela Frini e Maria Ida Troilo che hanno assistito il marito e i tre figli della 59enne nella lunga battaglia legale.
LA STORIA. La donna fu ricoverata il 24 gennaio 2013 a Pescara per effettuare la coronarografia il giorno dopo. L’esame fu fatto tramite accesso femorale. La sera, però, la donna avvertì dolori lancinanti alla gamba. Il personale ospedaliero, come rilevato nelle perizie, si sarebbe limitato ad allentare il bendaggio; non fece alcun controllo, esame del sangue, profilassi antibiotica con la gamba rossa, calda e gonfia. La mattina seguente la 59enne fu accompagnata in bagno. Qui avvertì un capogiro e cadde a terra. Non si rialzò più. Sconvolti i familiari dall’inaspettata tragedia, si rivolsero alla Procura di Pescara per far luce sulla vicenda: impossibile morire per una coronarografia, per paio di giorni di ricovero.
LE PERIZIE. Qui iniziò il valzer delle perizie per accertare se c’era un nesso tra l’esame e la morte: ben 3 quelle esterne affidate dai tribunali a cui aggiungere le due di parte. Il fronte penale fu subito chiuso con l’archiviazione del caso dalla Procura di Pescara. Si aprì però quello civile. A spingere nei ricorsi già nel 2014 le avvocate Frini e Troilo, fu la relazione di parte fatta dall’anatomopatologo Domenico Angelucci, il primo a dire che il decesso «era dovuto a una batteriemia multiorgano scatenata dalla coronografia e dalla non perfetta sterilità del catetere introdotto nell’arteria femorale che provocò una fatale aritmia». Stesso risultato lo ottenne il medico legale del tribunale Enrico Catarinozzi. Nella sua relazione lo specialista romano rilevò il nesso tra il catetere non sterile e la morte per setticemia della donna. Evidenziò poi che la «documentazione clinica era assai scarna»; «non c’erano accertamenti clinici strumentali sulla paziente, non c’è stata la valutazione della temperatura della donna, non ci furono esami ematochimici pre e post operatori e nemmeno la copertura antibiotica». Evidenziò che l’infezione non era precedente o latente. Morì per «disseminazione batterica (da pseudomonas aeruginosa batterio che si trova di solito all'interno degli ospedali e che può colpire soprattutto i pazienti più debilitati, ndc) che ha causato lo scompenso cardiaco aritmogeno». La Asl, rappresentata dall’avvocato Tommaso Marchese, si è opposta al ricorso, portando una perizia che non trovava nessi tra l’esame e la morte della donna, avvenuta dopo neanche 24 ore dalla coronarografia.
LA SENTENZA. Scartata una terza Ctu del tribunale, eccessivamente scarna, il giudice Canosa ritiene dimostrata la responsabilità civile dell'azienda sanitaria per la morte della donna e accoglie le richieste di risarcimento formulate dagli avvocati: 272.745 euro a testa per il marito e un figlio convivente e 235.125 euro a testa per gli altri due figli per un totale di 1.015.740 euro a cui aggiungere gli interessi maturati negli anni. Sentenza provvisoriamente esecutiva. La Asl di Pescara può fare appello.
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