«Muro sfondato in chiesa, fatto lieve»

Scagionato il parroco di San Giustino per il buco nella parete, la procura chiede l’archiviazione: non sono stati causati danni
CHIETI. La procura chiede di archiviare «per particolare tenuità del fatto» l’inchiesta nei confronti del parrocco di San Giustino, don Nerio Di Sipio, indagato per un muro sfondato nella cattedrale. Lo scorso ottobre il sacerdote ha ricevuto un avviso di garanzia per i lavori fatti in chiesa senza l’autorizzazione della Soprintendenza archeologica. Quel buco nella parete aveva portato al ritrovamento, a fine settembre, di un corpo mummificato e di un antico affresco in una stanza segreta all’interno della cattedrale, interamente sottoposta a vincolo. Quando la Soprintendenza è venuta a conoscenza di quei lavori, a don Nerio è arrivata una sanzione pecuniaria di poco superiore a 500 euro. E quel verbale è stato inviato per conoscenza anche alla procura che, di conseguenza, ha aperto un'indagine ipotizzando a carico del parroco la violazione dell’articolo 181 del decreto legislativo numero 42 del 2004, perché, «in qualità di legale rappresentante della parrocchia San Giustino, in assenza di autorizzazione, eseguiva lavori di apertura varco su una muratura all’interno della cattedrale di Chieti».
Don Nerio, difeso dall’avvocato Stefano Marchionno, ha respinto fin dall’inizio ogni accusa e, durante l’interrogatorio davanti ai carabinieri forestali, ha sostenuto in sintesi: «Non ne sapevo nulla: ho scoperto tutto dopo e non ho dato alcuna autorizzazione». D’altronde la stanza all’interno della quale è stato praticato il foro è sì nella cattedrale ma è in uso all’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Marika Ponziani, che ha coordinato l’inchiesta, ha presentato al giudice per le indagini preliminari la richiesta di archiviazione «per particolare tenuità del fatto». Che va applicata, codice penale alla mano, «solo laddove l’offesa sia di particolare tenuità, avendo riguardo alla modalità della condotta e all’esiguità del danno o del pericolo, e il comportamento dell'agente non sia abituale». Nel caso del parroco, la stessa Soprintendenza, quando ha girato le carte alla procura, ha sottolineato con riferimento ai lavori: «Tali opere, pur realizzate senza la preventiva autorizzazione di questa Soprintendenza, non hanno causato alcun danno al bene culturale medesimo. In quanto si tratta di opere che non hanno comportato consistenti modifiche alla configurazione originaria dell’immobile e non hanno prodotto danni consistenti allo stesso». La Soprintendenza ha saputo del muro rotto grazie a un sopralluogo appena dopo i lavori e si è così fatta carico anche dei ritrovamenti: dalla mummia decapitata all’affresco che potrebbe essere di epoca precedente all’anno Mille. Ora toccherà al giudice decidere se l’inchiesta va archiviata definitivamente.
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