Musica alta, ristoratori condannati devono pagare i danni alla vicina

La denuncia della donna: «Non posso più dormire per gli schiamazzi che la notte arrivano dal locale» Sotto accusa karaoke e frastuono, il giudice: si configura il reato di disturbo alla quiete delle persone
CHIETI. Due ristoratori, proprietari di una trattoria alle porte di Chieti, sono stati condannati dal giudice Luca De Ninis per la musica troppo alta: dovranno anche risarcire la vicina che li ha denunciati perché non riusciva più a riposare. L’ultima sentenza del tribunale teatino, dunque, ribadisce un concetto che i gestori dei locali a volte dimenticano: disturbare la quiete delle persone è un reato. E può persino scattare in forma preventiva – anche se non è stato questo il caso – il sequestro dell’immobile per impedire il protrarsi degli schiamazzi.
LA DENUNCIA. A innescare l’inchiesta del sostituto procuratore Marika Ponziani è stato l’esposto presentato da una donna di 46 anni, assistita dall’avvocato Goffredo Tatozzi. «Il mio appartamento», racconta, «si trova nello stesso edificio di una trattoria. Dal giorno dell’inaugurazione dell’attività commerciale sono costretta a convivere con gli insopportabili rumori provenienti dai locali del ristorante, nonché il karaoke e la musica ad alto volume che viene diffusa anche nel cuore della notte, fino alle 3 del mattino. Nonostante le mie numerose richieste, gli operatori del ristorante hanno continuato con la loro gestione scellerata, producendo forti rumori fino a tardi, impedendomi così di riposare anche per poche ore, soprattutto nel fine settimana». E ancora: «Come se non bastasse, nel periodo estivo l’attività di somministrazione di alimenti e bevande ha avuto luogo anche nel balcone laterale del locale, accrescendo in maniera esponenziale il livello di emissioni rumorose».
I LAVORI IN CASA. La denunciante dice di aver cercato di chiarire in modo bonario la questione: «Ma sono stata addirittura aggredita. Ho pure dovuto spostare la camera da letto in un’altra stanzetta del mio appartamento nel disperato tentativo di cercare di dormire per qualche ora, ma anche questo accorgimento è risultato inutile. Non sono riuscita a limitare il disturbo provocato dalla trattoria neppure coprendo con fogli di polistirolo le finestre della mia casa e le parenti confinanti». Le conseguenze? «Queste situazioni e i ripetuti (e vani) tentativi di ottenere un comportamento civile da parte degli operatori del ristorante mi hanno procurato uno stato crescente di ansia e stress, per i quali sono stata costretta a fare ricorso alle cure mediche in più occasioni». Dopo la prima denuncia e un esposto presentato in Comune, la situazione è addirittura peggiorata. «L’unico modo per fare abbassare la musica è stato quello di richiedere l’intervento dei carabinieri. Nonostante tutto, i rumori sono aumentati, con un atteggiamento che appare chiaramente ritorsivo nei miei confronti e degli altri condomini che lamentano l’impossibilità di riuscire a riposare nelle ore notturne e pomeridiane».
LA LITE. Una sera, la donna si è presentata di persona nel locale per chiedere la cortesia di limitare gli schiamazzi. «In particolare», prosegue l’esposto, «dalla trattoria provenivano forti urla e il rumore assordante delle mani sbattute sui tavoli. Mentre cercato di spiegare a uno dei gestori il disagio che mi provocavano i rumori, questi si è avvicinato a me con fare minaccioso e mi ha spinto ripetutamente all’indietro con violenza, spingendomi verso l’uscita laterale. Nel frattempo, mi ha offeso ripetutamente apostrofandomi con il termine “pazza”. Sconvolta dalla reazione dell’uomo, che continuava a colpirmi con forza e a insultarmi, mi sono ritrovata all’esterno del locale in preda a un forte stato di malessere». Nella circostanza, la 46enne ha richiesto l’intervento dei carabinieri. Dopo l’ennesima denuncia, a occuparsi delle indagini è stata la forestale. E il pm ha deciso di firmare il decreto di citazione a giudizio nei confronti dei due gestori del ristorante, una donna di 62 anni e il genero di 45: entrambi accusati di «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», al secondo è stato contestato anche il reato di percosse.
LA SENTENZA. Il giudice ha ritenuto le accuse fondate: la donna è stata condannata a 800 euro di ammenda, mentre all’uomo è stata inflitta una multa di 900 euro. Ma non finisce qui: dovranno risarcire la donna – che si è costituita parte civile – con 2mila euro, comprensivi del «danno morale». Più altri 1.440 euro di spese processuali.

