«Nascosti nella nave per 40 giorni»

La storia dei 5 clandestini sbarcati a Ortona e trasferiti nel centro accoglienza di Schiavi di Abruzzo
ORTONA. Dal mare alla terraferma d’Abruzzo. Non era mai successo finora. In passato erano sbarcati sì in Italia ma sulle coste della Sicilia per poi giungere nei centri di accoglienza del Vastese portati in pullman. Questa volta, invece, di loro iniziativa, cinque clandestini africani - due ghanesi e tre ivoriani - sono approdati a Ortona tramite il posatubi Crawler, convoglio dell’azienda Micoperi. I cinque si erano nascosti nel natante: sono stati visti per via dell’avaria al motore della chiatta. I cinque sono stati presi in consegna dall’equipaggio, poi rimorchiato dal Buccaneer, sempre della Micoperi, fino a porto di Ortona. Nel frattempo il personale dell’imbarcazione aveva avvisato le autorità marittime della presenza dei clandestini. I cinque, dopo i controlli, sono stati affidati alla prefettura e trasferiti nel centro di prima accoglienza di Schiavi d’Abruzzo dove dallo scorso inverno vengono assistiti i profughi in attesa di avere i documenti necessario ai loro spostamenti.
Ecco il racconto fornito da uno dei cinque africani. «Mi chiamo Daniel Adjei, ho 27 anni, vengo dal Takoradi, in Ghana. Ho fatto un viaggio indimenticabile. Oggi sono contento di raccontare la mia storia perché ho raggiunto la mia destinazione...l’Italia. Sono partito il 1° gennaio 2015 per andare in Costa d’Avorio. Il giorno dopo mi trovavo in Abidjan. Ho trascorso sei mesi nella capitale della Costa d’Avorio cercando una nave per l’Italia. Non avevo i soldi per pagare gli scafisti, quindi sono andato a cercare un lavoro nel porto, sperando di fare conoscenze. Facevo l’operaio nell’attività di carico e scarico sulla nave. Ho lavorato 3 mesi nel porto, conoscendo altri ragazzi. Anche loro volevano imbarcarsi per l’Italia. Era una sera di luglio, eravamo tutti insieme a lavoro quando abbiamo deciso di organizzare la partenza prevista per il 18. Siamo corsi a comprare da mangiare e siamo saliti sulla nave di sera. All’interno c’era un container, siamo saliti con tutto ciò che avevamo. Siamo rimasti chiusi lì dentro per tre settimane. La roba da mangiare è finita velocemente: avevamo fame. La quarta settimana abbiamo deciso di uscire dal container per cercare da mangiare, ma uno di noi è stato visto dall’equipaggio. È stato costretto a parlare e ha detto di noi. Subito dopo sono venuti e ci hanno presi tutti. Siamo rimasti 40 giorni senza cibo e acqua, durante il sequestro. Qualche giorno prima di raggiungere l’Italia ci hanno portato del cibo. Ringraziamo il paese per l’accoglienza che ci offre».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

