’Ndrangheta nel Vastese «Presenza sottovalutata»

I quattro arresti fatti dai carabinieri diventano un caso politico nel comprensorio I 5 Stelle di Vasto chiedono gli stati generali sulla sicurezza e più controlli
VASTO. Sono raccolte in un dossier di 600 pagine le accuse rivolte dalla Dda ai 149 indagati nell’operazione “Isola felice”. Agli arrestati - contestata l’associazione a delinquere di stampo mafioso - non è stata ancora comunicata la data dell’interrogatorio di garanzia. I difensori nel frattempo si preparano a contestare punto per punto le accuse. «I fatti riguardano questioni che vanno dal 2010 al 2012, sono fatti vecchi», sottolinea l’avvocato Alessandro Orlando, difensore di Giuseppe Di Donato e della compagna Olesia Molconova. Il legale non si sbilancia ma insieme ai colleghi Elisa Pastorelli e Massimiliano Baccalà, difensori di Alessandro Contino e Mirko De Notarsi, intendono replicare punto per punto alle accuse. Un’impresa affatto semplice. Vasto e San Salvo, secondo gli investigatori, sarebbero state la base degli indagati e i personaggi locali avrebbero avuto un ruolo di spicco nel clan gestito da Eugenio Ferrazzo.
Nascita del clan. Inquietante la storia di Ferrazzo. Entrato in azione in Abruzzo ad ottobre 2006, dopo un periodo di detenzione all’estero per traffico internazionale di cocaina, si trasferì definitivamente a San Salvo, sfuggendo alla mattanza ordita dallo zio Mario Donato Ferrazzo, ormai capo indiscusso della ’ndrina di Mesoraca (Crotone) e reclutando manovalanza. «In una prima fase», sostengono gli investigatori, «Eugenio Ferrazzo stabilì la sua base operativa e logistica a casa della compagna Maria Grazia Catizzone (anche lei in manette, ndc) prima a Montesilvano poi a San Salvo, grazie al programma di protezione per collaboratori di giustizia riuscendo a cooptare la quasi totalità degli spacciatori della zona, costringendoli ad acquistare e smerciare per suo conto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e strutturandoli in articolazioni territoriali ben definite, al cui vertice poneva i propri referenti fidati, definiti “luogotenenti”».
Tentacoli nel Vastese. Avvalendosi del know-how messogli a disposizione dal padre Felice, Ferrazzo avrebbe sviluppato un sodalizio criminale secondo le connotazioni ed i rituali tipici del contesto associativo di provenienza, operante secondo il metodo mafioso contraddistinto da un’importante opera di penetrazione nel sistema produttivo del Vastese e molisano, mediante investimenti in società e immobili dove ripulire i proventi delle attività illecite. Un collaboratore di giustizia, già esponente della mafia messinese, avrebbe fornito un valido viatico. Eugenio Ferrazzo, nella sua ottica espansionistica e per mantenere la propria egemonia, ha intrapreso, con il suo “gruppo di fuoco”, atti intimidatori nei confronti di imprenditori non allineati e di concorrenti in analoghe attività criminali, generando un sistema estorsivo e ritorsivo insospettabile.
Le reazioni. Inevitabili le polemiche politiche. Stefano Moretti dell’Osservatorio antimafia chiede al sindaco Francesco Menna di voltare pagina. Riccardo Alinovi (Codici) ricorda di essere stato sbeffeggiato quando parlava di infiltrazioni mafiose. Il Movimento 5 Stelle chiede la convocazione degli stati generali sulla sicurezza ricordando che non molto tempo fa «denunciavamo la presenza stabile di organizzazioni mafioso-ndranghetiste in città a dispetto delle rassicurazioni del consigliere Luciano Lapenna, ex sindaco. Siamo certi di non sbagliare nel ritenere che Vasto possa tornare ad essere “un’isola felice” solo per mezzo di una politica sensibile ed attenta verso il tema della legalità in generale ed attraverso un costante ed attento controllo e monitoraggio del territorio».
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