Negri Sud, i dipendenti: ecco i responsabili

18 Marzo 2015

Vuotano il sacco i lavoratori che celebrano il funerale del centro di ricerca: Garattini, Di Giuseppantonio, Chiodi, D’Alfonso, il prefetto e i direttori

SANTA MARIA IMBARO. «Dopo anni di lenta agonia, è scomparsa la Ricerca nella Fondazione Mario Negri Sud». Recita così il manifesto funebre affisso sul cancello d'ingresso dell'istituto di ricerca chiuso dal 13 marzo e i cui beni sono stati messi in liquidazione. Ai circa 100 dipendenti che sono stati cacciati in un'ora e mezza dai commissari liquidatori, oggi non resta che tornare, ancora una volta, a fare appelli, proclami, battaglie. Ognuno di loro ha accumulato 19 mensilità non pagate e non sa se potrà accedere al Tfr. Eppure, prima ancora che pensare agli stipendi e di capire cosa accadrà, il primo pensiero di questi uomini, donne, giovani e meno giovani va alla ricerca, a quei progetti che hanno dovuto lasciare a metà venerdì scorso.

«C'è un'atmosfera spettrale», racconta Antonio, il custode, «alcuni pc sono stati lasciati accesi, così come le luci e ogni cosa è ferma all'attimo in cui i commissari hanno detto di abbandonare tutto: sembra che sia scoppiata una bomba». Ma per il personale che ieri è sceso in presidio davanti al cancello del Negri Sud la "morte" dell'istituto ha una sola causa: la trasformazione da consorzio a fondazione. É in quel momento che «un tratto di penna ha sollevato gli attori di questa vicenda di ogni onere e apparentemente di ogni responsabilità, cancellando anni di inettitudine, errori, malafede, indifferenza, sprezzo verso le persone».

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«Questa trasformazione», proseguono i dipendenti, «ha nomi e cognomi e noi abbiamo intenzione di sollevare il velo di ipocrisia dietro il quale si celano le responsabilità di questo fallimento». Il primo della lista è Silvio Garattini che «in qualità di presidente del consorzio Mario Negri Sud, resosi conto dell’incontrollabilità del debito sembrerebbe aver diretto la trasformazione in Fondazione per scaricare buona parte di quel debito dalle casse dell’Istituto Mario Negri di Milano in quelle pubbliche degli altri due soci (Regione Abruzzo e Provincia di Chieti).

C'è poi Enrico Di Giuseppantonio «che in qualità di presidente della Provincia non solo ha avallato il disegno di Garattini, ma ha per mesi deliberatamente preso in giro i dipendenti del consorzio, raccontando loro che la trasformazione era necessaria affinchè la Provincia potesse donare il campus (valore di oltre 20milioni di euro) e consentire alla fondazione di accedere ai crediti bancari, ben sapendo che questa operazione non era consentita dalla legge».

Segue Gianni Chiodi «che in qualità di presidente della Regione ha assecondato il disegno di Garattini e ha improntato tutta la sua gestione della vicenda al più assoluto menefreghismo, come se la politica locale in tema di lavoro non fosse affar suo». Ancora, i lavoratori citano Luciano D’Alfonso «che sia prima che dopo le elezioni regionali ha lanciato pubblici proclami di rilancio e profferte di stima alle quali è seguito il vuoto assoluto», Fulvio Rocco De Marinis, prefetto «che ha consentito la nascita di una fondazione che già all’atto della sua costituzione era gravata di debiti che solo la freddezza formale delle carte non vedeva; i revisori dei conti «che per anni hanno taciuto quello che vedevano scritto nero su bianco nei bilanci e solo quando la situazione era ormai fuori controllo hanno osservato un minimo di correttezza formale» e i direttori «che in misura diversa in questi anni non si sono opposti in alcun modo alle risoluzioni del Cda e non hanno adeguatamente informato il personale sul reale stato dei fatti».

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