«Noi del Ciapi ridotti in miseria»

14 Marzo 2016

Alcuni dei 28 dipendenti vivono in garage e mettono insieme i pasti solo con l’aiuto di parenti e amici

CHIETI. Un impegno morale sottoscritto dalla Regione che viene disatteso da mesi e la rabbia di 28 persone senza stipendio da tre anni che non sanno più come campare la famiglia.

Un quadro apocalittico quello disegnato dai dipendenti del Ciapi, ente regionale di formazione professionale con debiti da capogiro.

Da dicembre attendono che l’impegno messo nero su bianco dalla Regione, quello di destinare 700mila euro per il pagamento degli stipendi arretrati venga onorato e nell’attesa le difficoltà aumentano.

«È giusto accogliere i profughi» esordisce Francesco Verna, dipendente dell’Ente da 40 anni e sindacalista «ma gli italiani chi li aiuta? Stiamo lavorando da tre anni senza stipendio ed è sempre più difficile mettere insieme pranzo e cena. Io campo con lo stipendio di mia moglie ed è davvero umiliante chiederle di tanto in tanto qualche euro per le mie necessità personali».

«Sono senza casa, mi arrangio come posso da quando la mia abitazione è crollata a causa del terremoto» racconta Franco Forchetti «ho perso tutto. Prima arrotondavo facendo il fotografo, ma il sisma ha distrutto tutta l’attrezzatura».

«Io ho dormito per mesi in macchina» aggiunge Paolo D’Orazio «attualmente occupo un garage. Non posso permettermi di più. I guai economici hanno sfasciato anche la famiglia».

«Anche mio marito ha perso il lavoro» aggiunge Rita D’Angelo, 26 anni al Ciapi «viviamo grazie alla generosità di parenti e amici. Ma questo non è vivere. Sarebbe utile togliere lo stipendio ai politici, quelli che ci stanno affamando, anche solo per qualche mese per fargli capire cosa sia la disperazione».

«Ci hanno tolto tutto, ma non la dignità» aggiunge il direttore del Ciapi Paolo Cacciagrano «eppure la soluzione del problema è davanti agli occhi di tutti» sostiene il dirigente «la Regione è proprietaria dell’Ente e per legge è obbligata a fornire gli strumenti per farlo funzionare, ma sono nove anni che non paga la quota sociale annuale di 620mila euro». Così il Ciapi ha accumulato in 10 anni debiti per oltre 7 milioni di euro. «Per uscire dalle secche» riprende Cacciagrano «la Regione dovrebbe accendere un mutuo e pagarlo con le quote sociali che deve all’Ente. In questo modo i debiti verrebbero ripianati e con il Durc in regola potremmo ricominciare la nostra attività formativa». Semplice, ma evidentemente non abbastanza per gli amministratori regionali. «Che prendono solo tempo rimpallandosi le responsabilità da un ufficio all’altro» puntualizza Verna.

«È vergognoso prendersi gioco della miseria altrui dall’alto dei loro lauti stipendi» incalza la D’Angelo. «Sì, ora diciamo basta» conclude il sindacalista «e siamo disposti a tutto per difendere il nostro diritto al lavoro». Ventotto persone disperate che hanno deciso di mettere in campo azioni eclatanti. «Siamo pronti a fare lo sciopero della fame» annunciano in coro «tanto siamo abituati a saltare i pasti».

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