«Noi lavoratori abbandonati dai politici»
La lettera del primo maggio: 96 dipendenti del pantalonificio Canali scrivono alle istituzioni
VASTO. L'ultima spiaggia è l'imminente incontro a Roma al ministero del lavoro. Una speranza per riciclarsi grazie ad una eventuale operazione di riconversione. Allo stato attuale però i 96 dipendenti del Pantalonificio d'Abruzzo sono rimasti senza lavoro. Legittima la loro amarezza raccontata in questa lettera. «Per questa fabbrica la situazione è drastica e si sta consumando sulla pelle di uomini e donne che sono delusi e senza speranze per il futuro familiare in cui, in alcuni casi, entrambi i coniugi lavoravano nello stabilimento», scrivono i dipendenti dell'azienda del Gruppo Canali.
«Tutti parlano di lavoro, di ridare centralità al lavoro, di dare seguito all'articolo 1 della Costituzione. Tante belle parole che, ad oggi non trovano riscontro nell'agire quotidiano. La rabbia cresce, insieme alla preoccupazione di passare in mobilità e in seguito al nulla. E tutto questo in Val Sinello, in un'area che, negli anni passati, oltre a dare occupazione a tante persone, aveva anche fatto sì che si fermasse lo spopolamento delle aree interne e che grazie alla possibilità di lavoro era anche l'emblema dell'emancipazione e del riscatto fattivo del ruolo della donna. Con la situazione attuale si rischia un arretramento di 50 anni, con tutte le ripercussioni negative che sono facilmente immaginabili»,annotano i dipendenti.
«Fino ad oggi, seguendo la campagna elettorale per le amministrative, dispiace che nessuno abbia ancora messo in agenda un passaggio nella Val Sinello, per indicare chiaramente come si intende affrontare il problema del Pantalonificio D'Abruzzo e di tutte le altre aziende in crisi. Tutti devono sapere» proseguono i lavoratori «che seppur stremati, delusi, arrabbiati, le lavoratrici ed i lavoratori, conservano ancora un valore, attraverso il quale continuare a chiedere soluzioni, che è quello della dignità. Dignità di vedere finalmente un futuro meno incerto per pensare che finalmente si possa tornare a festeggiare il 1° maggio anche dalle nostre parti». (p.c.)

