«Non archiviate l’inchiesta»

20 Marzo 2017

I familiari del titolare del bar Vittoria si oppongono alla decisione del pm

CHIETI. La famiglia D’Orazio si oppone all’archiviazione dell’inchiesta per la morte di Roberto D’Orazio. L’imprenditore che ha legato il suo nome allo storico Caffè Vittoria è venuto a mancare, all’età di 69 anni, il 15 ottobre del 2015, dopo un ricovero in ospedale per un blocco intestinale.

Pochi giorni dopo la famiglia, assistita dall’avvocato Andrea Di Lizio presentò un esposto in procura chiedendo di accertare cosa fosse realmente successo.

La procura avviò un'inchiesta per omicidio colposo contro ignoti. Il pubblico ministero Giuseppe Falasca affidò una perizia al medico legale Cristian D'Ovidio. Ma a conclusione delle indagini, la procura ha chiesto l’archiviazione. La famiglia, però, non vuole che la morte del capostipite cada nell’oblìo. E continua a chiedere chiarezza su quello che è successo da quando il proprietario del Caffè Vittoria venne ricoverato il 6 settembre in ospedale. Allora i medici ritennero di non dover procedere ad alcun esame, raccontano i familiari. Ma due giorni dopo, l'8 settembre, D'Orazio va in coma e viene trasferito d'urgenza nel reparto di rianimazione dove i medici procedono a sottoporlo a una Tac. Dall'esame viene fuori che il titolare del bar ha una occlusione intestinale. L'uomo viene tenuto sotto controllo e l'intervento viene deciso il giorno seguente. Il 9 D'Orazio viene operato. Il decorso post operatorio è delicato, ma l'uomo man mano si riprende. Le figlie Gabriella, Renata e Mariangela man mano che passavano i giorni avevano iniziato a nutrire buone speranze che presto il papà si sarebbe rimesso. Ma il 15 ottobre le condizioni si sono aggravate e D'Orazio è morto in rianimazione.

A stare alla consulenza del medico legale, però, seppure si possono rintracciare ipotesi di errori e ritardi, non ci sarebbero comunque responsabilità penali. Non ci sarebbe, in particolare, un diretto nesso di causa tra quella Tac non fatta all’inizio del ricovero e il decesso. E inoltre, rileva D’Ovidio, se pure si fosse intervenuto tempestivamente, il paziente sarebbe morto ugualmente.

L’avvocato Di Lizio, però, ha affidato una contro perizia al medico legale Ildo Polidoro che conclude in maniera del tutto diversa.

Secondo l’esperto, D’Orazio era arrivato in ospedale con un’occlusione intestinale e sarebbe stato visitato dal chirurgo che avrebbe ordinato di sottoporlo a Tac e di tenerlo sotto controllo. Per tre giorni, invece, il paziente sarebbe stato tenuto in ospedale senza eseguire gli esami richiesti. L’occlusione intestinale si sarebbe trasformata così in una occlusione acuta. Se, invece, avessero fatto quello che aveva chiesto il medico, ci si sarebbe resi subito conto che occorreva agire in maniera immediata e il paziente avrebbe potuto essere sottoposto a un intervento in laparoscopia in modo mininvasivo e, forse, le cose avrebbero potuto andare in maniera diversa. E dunque, per Polidoro il nesso di causa tra l’esame non fatto e la morte ci sta tutto.

Nell’ambito dell’inchiesta, inoltre, sarebbero state rilevate anche altre carenze. (a.i.)