Non ricevette cure adeguate: sarà risarcito

5 Agosto 2023

Il tribunale di Vasto condanna le Asl di Chieti e Teramo: 700mila euro al paziente che ha subìto danni

VASTO. Due Asl abruzzesi condannate a un maxi-risarcimento danni per responsabilità dei medici che hanno avuto in cura un paziente colto da arresto cardiocircolatorio e che, se soccorso in maniera più tempestiva, avrebbe riportato un danno meno grave. È di questo tenore la sentenza emessa dal tribunale di Vasto che ha condannato la Asl della provincia e quella di Teramo al pagamento in solido di circa 700mila euro a titolo di risarcimento danni al dottor Ugo Maria Aloè, noto medico vastese che per molti anni ha lavorato al Pronto soccorso dell’Ospedale di Vasto e che, dopo la sua disavventura, ha lanciato in città una campagna di sensibilizzazione per la realizzazione di una sala di Emodinamica al San Pio, raccogliendo oltre 15mila firme. La vicenda è stata ricostruita dal tribunale di Vasto, nella persona del giudice Tommaso David, nelle oltre trenta pagine della sentenza depositata nei giorni scorsi, che accoglie in larga parte il ricorso presentato dai suoi legali, l’avvocato Giacomo Cerullo dello studio legale Adencore di Roma, e il collega Arnaldo Tascione. L’odissea del dottor Aloè iniziò il 27 marzo 2008, quando venne colto da arresto cardiocircolatorio mentre, di ritorno dal lavoro, percorreva alla guida della propria auto corso Mazzini. Soccorso dai sanitari del 118, veniva trasportato tempestivamente all’ospedale di Vasto e sottoposto agli accertamenti del caso, all’esito dei quali veniva trasferito nel centro hub – Unità di rianimazione cardiochirurgica dell’ospedale di Teramo. Negli anni successivi – dal giugno 2008 al 2017 – subì diversi ricoveri per alcuni interventi chirurgici che, tra le varie conseguenze, provocarono un anticipato pensionamento. «Se si fosse intervenuto in maniera più tempestiva il paziente avrebbe riportato un danno meno grave»: a queste conclusioni sono giunti i consulenti tecnici d’ufficio (Ctu) – Giorgio Bolino ed Eugenio Caradonna – che confermarono le risultanze peritali di parte, rilevando «che dalla documentazione si può evincere la responsabilità di tutti i soggetti responsabili del trasferimento del paziente, ma anche di quelli che lo rivalutarono e contribuirono ad eseguire con tardività l’angioplastica». In pratica l’intervento, a quanto si legge nella sentenza, «venne eseguito circa sette ore dopo l’infarto, disattendendo le linee guida internazionali del 2003, ancora vigenti, secondo cui il paziente avrebbe dovuto essere trattato entro i primi 120 minuti dalla comparsa dei sintomi, con tutte le conseguenze in termini di sofferenze, terapie e interventi a cui si è dovuto sottoporre». Da quella disavventura il medico vastese è riuscito, in ogni caso, a trovare la forza per portare avanti la sua battaglia per la sala Emodinamica, di cui l’ospedale di Vasto è a tutt’oggi privo.
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