Nuzzo, per 40 anni nemico del tumore

Il saluto al medico che ha creato il primo reparto d’oncologia
LANCIANO. È arrivato al Renzetti nel 1997 con un computer portatile pesantissimo. Si è sistemato in una stanzetta, chiusa da 7 mesi, con scrivania e sedia e senza il lettino per fare le visite. Ne è uscito dopo 20 anni (anche se di servizio ne ha 42), lasciando un reparto modello, pieno di colori, di vita e ricco di storie, volti, lacrime e sorrisi. Antonello Nuzzo, primario per 20 anni dell’Oncologia dell’ospedale di Lanciano e direttore del Dipartimento oncologico della Asl, è andato in pensione. «Ho impiegato più di una settimana per sistemare l’ufficio e lasciarlo in ordine», dice Nuzzo emozionato, «ho quintali di carta. Conservavo anche il primo cartello “reparto di oncologia” appeso fuori dalla stanzetta che mi è stata data il 1° luglio 1997, lì dove oggi ci sono gli uffici amministrativi dell’ospedale. C’è anche la prima cartella della signora che visitai nell’ufficetto senza neanche il lettino. Era una paziente operata al polmone che anziché andare a Chieti, saputo che quel giorno si apriva a Lanciano il reparto, disse di volersi fare visitare. Non so neanche come fece a trovarmi». Dopo di lei sono passati 15mila malati con le proprie storie di dolore e gioia, in quello che è stato il primo reparto oncologico ospedaliero della regione. «Abbiamo aperto appena varato il piano oncologico voluto dall’allora assessore alla sanità Vincenzo Del Colle», ricorda il primario, «il primo ad applicare la legge che istituiva i reparti di oncologia. Prima l’oncologo si appoggiava agli altri reparti. L’apertura dell’unità subito è stato anche merito dell’ex manager Asl Domenico Orecchioni, che fece partire il primo concorso. Lo vinsi e arrivai da Chieti, dove lavoravo nel reparto di radioterapia». Con Nuzzo arrivano il dottor Lucio Laudadio che fa le sue veci ora a Lanciano (mentre Nicola D’Ostilio è a Vasto), e la caposala Elvia Martelli. «Sono i medici e gli infermieri la forza del reparto», evidenzia l’oncologo, «vivono con i pazienti. C’è una presa in carico totale del paziente e dei familiari, accolti in un ambiente volutamente bello, fatto di colori e musica». L’unità negli anni è diventata una galleria d’arte con oltre 300 quadri e sculture donate da artisti italiani.
«La bellezza ha una parte nelle cure», spiega Nuzzo, «che oggi riguardano per lo più tumori al colon retto, alla mammella e ai polmoni. Un ruolo importante per rendere efficaci le cure l’ha anche la prevenzione e la Asl ha tre screening per farlo: del colon e del retto, quello del carcinoma mammario e della cervice uterina. Poi ci sono i farmaci. Quando 42 anni fa ho iniziato c’erano scarsi 12 farmaci chemioterapici che avevano effetti collaterali elevati, tra cui il rigurgito. Oggi ci sono i farmaci biologici e mentre si fa la terapia il paziente può mangiare un panino. Anni fa speravo nella oncologia senza chemioterapia, parola che fa paura solo a sentirla: ci siamo quasi». In 20 anni è cambiato anche il rapporto con la malattia. Prima si tendeva a nascondere “il male”. «Si parlava di cisti, polmoniti, colite», ricorda Nuzzo, «un mistero stupido: parlarne aiuta anche capire cosa accade e a migliorare le cure». Che non devono essere fatte a caso. «Ricordo con dolore il periodo della cura Di Bella che poi si è rivelata inefficace», dice il medico, «con Laudadio e la caposala facemmo fronte a decine di pazienti che venivano per fare quella terapia, anche se non rientravano nella sperimentazione. Bisogna diffidare da chi spaccia per verità assolute terapie che non hanno evidenze scientifiche». Il riferimento è a chi oggi tende a non fare le chemio, la radioterapia e magari si affida a diete che eliminano cibi come carne e latte, ritenuti nocivi. «Mi auguro che la ricerca continui a fare passi in avanti», conclude Nuzzo, «nelle terapie, nella cura di pazienti che hanno storie, volti, e che per questo vanno seguiti anche dal punto di vista umano. Terapie farmacologiche e “umanità” delle cure devono andare a braccetto».
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